SBARAZZARSI DELL’IMPORTANZA PERSONALE


Importante = da importare, “portare dentro”.

darsi importanza = portare (dentro di te o in altri) un’immagine e sforzarsi di trattenerla integra/attraente.

Importante è qualcuno che si sente ricordato/riconosciuto dagli altri, uno che viene portato dentro qualcun altro, cioè qualcuno che si trova nella mente o nel cuore di altre persone.

Se sei un uomo ciò che cerchi di ottenere con i tuoi comportamenti è portare la tua immagine nella mente di una donna e far in modo che quell’immagine si fissi nel suo inconscio. L’atto di fissare un’immagine nella mente si chiama “impressionare”.  Ciò che tutti vogliamo è lasciare “impressioni” positive negli altri, incrementare queste buone impressioni e contemporaneamente minimizzare le impressioni negative.

Appena qualcuno mi vede, mi saluta o mi sorride mi sento importante perché so che la mia immagine si è impressa positivamente nella mente dell’altra persona. Se invece  – qualcuno che conosco – non mi parla (non riconosce la mia immagine), ecco che mi sento emozionalmente a disagio, mi sento infastidito perché mi percepisco poco importante (la mia immagine non risalta dentro l’altro). Siamo così maledettamente assuefatti dalle immagini e dalle impressioni che incosciamente l’unica cosa che desideriamo è far risaltare la nostra immagine nella mente degli altri cosicché quando ci vedranno gli si illumineranno gli occhi, ci accoglieranno a braccia aperte, in tripudio, ogni giorno in ogni circostanza.

Quando invece qualcuno rimane totalmente indifferente a noi ecco che ci rimaniamo male. La nostra auto-immagine non è stata validata da una parola formale o peggio ancora non mi hanno degnato neanche di uno sguardo. Se analizzi il comportamento dei tuoi amici noterai che spesso la comunicazione è caratterizzata e regolata da una quantità smisurata di smorfie inutili mediante le quali si valuta una serie di immagini (un viso, un corpo, un oggetto). E’ raro trovare qualcuno che ti guarda impassibile senza farsi scappare un mezzo sorriso di circostanza: che sia il barista, la commessa, il vicino di casa o anche un perfetto sconosciuto. Il (falso) sorrisetto di circostanza è quasi diventato un obbligo sociale. Se non lo fai si preoccupano – oppure ti licenziano. Al di là dell’ambito lavorativo, ciò che preoccupa – ciò che infastidisce – è il fatto che non hai dato valore alla loro immagine.

Appena una persona non si “crede!” più dentro la vita di qualcun altro ecco che si sente poco importante.

Da un punto di vista più ampio nessuno è davvero importante. L’importanza non è un dato di fatto ma è solo una percezione soggettiva derivata da una simulazione sociale. Una volta eri importante se la tua “immagine” veniva riportata in televisione o sui giornali. Al giorno d’oggi essere (o meglio credersi e quindi sentirsi) importanti significa trasportare una propria immagine virtuale – e quindi “trovarsi dentro”  una mente individuale (fidanzato, moglie) o collettiva (internet, youtube, facebook, whatsapp).

Questo è il metro di misura dell’importanza: la collocazione di un’immagine virtuale. Questo significa che anche la tua percezione di importanza è puramente virtuale. La cosa interessante è che l’autostima dipende da questa percezione virtuale – dalla percezione d’importanza personale. Ma se l’importanza è un fattore puramente fittizio, fittizia la deve logicamente essere anche l’autostima – che appunto non è altro che una vaga stima, cioè un valore arbitrario per niente attendibile o realistico, che generalmente diamo a noi stessi.

In poche parole ti sto dando una super notizia: non devi più dare importanza alla percezione che hai di te, puoi fregartene dell’autostima, puoi andare oltre il sistema di valori in cui hai creduto, sistema che dipende esclusivamente dalla collocazione della tua immagine.

Rifletti su questo: se la tua immagine non fosse riconosciuta da nessuno, cioè se tu fossi considerato da tutti come un perfetto sconosciuto (un non-io, un non-Giovanni), ti preoccuperesti ancora di cosa pensano gli altri di te, cioè di Giovanni?

No!

Giovanni (la tua auto-immagine) non ti riguarda più, per cui qualsiasi opinione su Giovanni sarà insignificante.

Inoltre non avresti più il peso del mantenere una buona immagine di te, cioè non dovresti più sostenere il tuo ritratto sociale attraverso tipici schemi di comportamento. Qualsiasi tuo comportamento  -anche i più estremi o peccaminosi – è ok.

Immagina che il mondo sia un museo d’arte e le persone siano gli oggetti in esposizione. Ogni individuo tiene davanti a sé un quadro con un ritratto personale. Supponiamo che la tua auto-immagine ti ritrae sorridente, allegro, disinvolto. Ogni volta che interagisci con gli altri stai portando questo ritratto in giro per il mondo. Quando invece sei per i fatti tuoi puoi posare quel ritratto, rilassarti (sentirti davvero bene) e comportarti come ti pare.

Forse non te ne accorgi, ma è tutta la vita che stai facendo degli sforzi immani per non far cadere questo ritratto ideale. Se dovesse rompersi, rovineresti l’autoimmagine che hai costruito negli anni e di conseguenza gli altri (i critici d’arte) svaluterebbero la tua identità artistica (immaginaria).

Quel che ti sto consigliando è distruggere il ritratto prodotto da te o dagli altri.

Devi accorgerti che la percezione che hai di te stesso non conta un fico secco, ovvero non altera ciò che sei realmente ma soprattutto non migliora la qualità della tua vita.

E’ meglio vivere serenamente e risultare antipatici a mezzo mondo che risultare simpatici al mondo intero ma vivere nell’ansia continua.
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Il rimedio per non dover più sostenere il ritratto personale e per non portarsi dentro immagini indesiderate ( cioè per rendere innocui e insignificanti tutti i pensieri fastidiosi) consiste nel togliere qualsiasi valore alla propria immagine, cioè non darsi più importanza!

Un’indicazione pratica è questa: Imparare a non modificare le impressioni negative, evitare la brutta abitudine di creare freneticamente impressioni positive negli altri.

Cancellare il database o l’archivio di immagini mentali non è possibile, però è possibile assegnare un differente valore a quei dati che circolano nel cervello. Più basso è il valore che siamo in grado di assegnare alle immagini interiori (pensieri/opinioni personali) o esteriori (opinioni altrui), minore sarà il loro impatto su di noi.

Se nel tuo database mentale non c’è nessuna immagine speciale/significativa, niente/nessuno è importante (vitale)

Non c’è riconoscenza “formale/convenzionale”.

Diventi divinamente irriverente (non provi riverenza, sentimento di profondo rispetto/ossequio nei confronti di qualcuno). L’irriverenza è una sensazione a dir poco favolosa.

In primis sei irriverente nei confronti della tua identità e poi nei confronti delle altre identità.

Quest’irriverenza è ciò che ucciderà l’ego ovvero il senso di importanza personale.

DZOGCHEN, TREKCHO + TOGAL


 

trekcho = riconosci/vedi la condizione naturale/originale/primaria della mente/mondo (che sei circondato da fantasmagorie/meccanicità)

togal = realizzi che sono meccaniche autonome
* trek = accorgersi che tutta la natura è allucinatoria, virtuale, volatile, vuota, insussistente
* togal = rendi conto che non dipende da te, le cose si presentano, manifestano e dispongono spontaneamente (senza un perché/fine/senso)
* in entrambi (trek, tog) non si crea niente con l’immaginaz. o non si medita su un ogg.,  ma si riposa nello sta. nat.

 

* la facoltà riconoscitiva dovrebbe maturare spontaneamente (senza tecniche) –> acquisire familiarità con i magici eff. speciali, alterazioni percettive
* a quel punto le magie sensoriali non hanno potere su di te
* non vieni sopraffatto da suoni, luci, colori… non temi le tue stesse manifestazioni (non vengono da un luogo diverso/lontano, bensì dentro il campo della coscienza, )

 

* Essendo tutto ciò che appare il gioco della mente, non occorre correggere, valutare/distinguere utile/inutile/scorretto, sano/malato, vivo/morto, buoni/cattivi pensieri.

 

* vedere il quotidiano come un caleidoscopio di en. che s’irradia liberamente

 

* nessuna forzatura x dare consistenza a un’illusione piuttosto che ad un’altra

RICERCA SPIRITUALE = ANSIOLITICO


La pratica della cosidetta magia – chiamata dai politically correct “spiritualità” – ovvero l’insieme di atti finalizzati a un benessere interiore, non è altro che un’alternativa ai comuni ansiolitici o farmaci per ridurre i sintomi dell’ansia (agitazione, irritazione, squilibri psicofisici, disturbi del sonno, malumore, malinconia, etc.).

Ciò che inconsciamente ricerchiamo attraverso attività spirituali (alchimia, tantra, sciamanesimo, pranoterapia, reiki, vipassana, etc.) non è l’illuminazione, l’autorealizzazione, l’unione bensì la semplice e fisiologica riduzione dell’ansia. Ci raccontiamo che puntiamo a qualcosa di superiore, di più sottile, di più sublime, ma sotto sotto tutti sappiamo che non è vero. In realtà abbiamo buttato via tempo, soldi ed energia per dei seminari, libri, video. Non abbiamo il coraggio di confessarlo, sarebbe la fine della ricerca. Una mancanza di rispetto nei confronti dei nostri guru e peggio ancora del nostro “io spirituale”. Non ci accorgiamo che – mediante l’immaginazione o il pensiero magico – abbiamo edificato un “io alternativo” , una versione migliore di noi, speciale. Per sostenere questa “auto-immagine” (eretta su suggerimento di altri individui) dobbiamo necessariamente fare qualcosa di particolare (movimenti rituali) o pensare in un certo modo. Per capire che tipo di auto-immagine abbiamo creato è sufficiente fare un inventario delle proprie abitudini, rendersi conto di quali sono le azioni che vengono compiute più frequentemente, i desideri principali, i dubbi/le riflessioni/le questioni più ricorrenti. Per dare continuità a questa auto-immagine sprechiamo un mare di energia, ogni giorno. Intellettualmente è facile capire che non vale la pena dare contintuità a questa auto-immagine (a ciò che “pensiamo di essere”) eppure a livello pragmatico pochissimi individui riescono a farne a meno.

Per comprendere meglio questo discorso farò un parallelismo tra gli ansiolitici e le pratiche energetiche (comprese attività come tai chi, qi gong, yoga, etc.).

Per comodità il termine paziente equivale al termine “praticante” o ricercatore, meditante etc.

I pazienti (ovvero i praticanti) che sono diventati dipendenti dagli ansiolitici (cioè dalle attività di riequilibrio energetico)  sono quasi sempre accumunati da diverse delle seguenti caratteristiche:

  • Hanno assunto ansiolitici su prescrizioni mediche in dosi “terapeutiche” (normalmente basse) per mesi od anni. Ovvero hanno ricevuto insegnamenti da alcuni “specialisti” (guru del settore) e hanno applicato questi metodi per mesi o anni.
  • Hanno, gradualmente, sentito il bisogno di assumere ansiolitici per svolgere le normali attività quotidiane. Nel caso dei praticanti, hanno sentito il bisogno di praticare (meditare, leggere nuovi libri sul benessere dell’anima) anche durante le normali attività quotidiane o il bisogno di parlare sistematicamente in termini spirituali o energetici anche durante banali conversazioni – occasioni in cui l’interlocutore non era interessato o non ci capiva niente.
  • Hanno continuato ad assumere ansiolitici, nonostante il motivo che ne aveva in origine fatto scaturire la prescrizione fosse cessato. Hanno continuato a praticare malgrado non fosse più necessario, nonostante il problema era già risolto o avessero già ottenuto ciò che gli serviva. La mente continuava a chiedere, cercare tra una dimensione e l’altra, a sentirsi insoddisfatta, nonostante il corpo fosse già in pace, pienamente soddisfatto.
  • Hanno difficoltà a sospendere l’assunzione del farmaco, o a ridurlo. Hanno difficoltà a sospendere o ridurre la pratica.
  • Sviluppano sintomi di ansia, tra una somministrazione e l’altra, o hanno un forte desiderio di assumere la dose seguente. Diventano ansiosi se la ricetta successiva non è subito disponibile. Ovvero quando interrompono la pratica si sentono a disagio. Se non si picchiettano i chakra, se non hooponoponizzano, se non meditano almeno 20 min. al giorno, non si sentono soddisfatti. In terapia si parla di “craving” (bisogno irrefrenabile e patologico), in spiritualità si parla di avvicinamento all’auto-realizzaizone.
  • Contattano regolarmente il loro medico per ottenere ripetutamente le ricette necessarie per continuare il trattamento. Contattano regolarmente il loro insegnante per ottenere nuove risposte, guardano frequentemente i filmati di nuovi personaggi in modo da aggiungere una nuova pratica al proprio interminabile repertorio.
  • Devono avere sempre con sé il farmaco, soprattutto durante eventi stressanti. I praticanti devono sempre premunirsi, per questo il momento migliore per assumere il proprio farmaco (es. meditazione) è il mattino.
  • Possono aver aumentato la dose, rispetto a quella indicata inizialmente. In altre parole, quando il praticante supera una certa soglia – medita per 10 min. – sente il bisogno di alzare l’asticella e meditare per 20 min. In terapia è il classico fenomeno della tolleranza.

Spero che questi esempi bastino a darvi un’idea di quanto sia messa male l’umanità, soprattutto la frangia degli spirituali.

10 COMANDAMENTI DI UG KRISHNAMURTI


  1. LA MASTURBAZIONE E’ MEGLIO DELLA MEDITAZIONE
  2. INDULGI IN OGNI TIPO DI TENTAZIONE
  3. NON AMARE, SCOPA E BASTA
  4. RUBA, MA NON FARTI BECCARE
  5. UCCIDI IL VICINO E SALVATI LA PELLACCIA
  6. INCAZZATI CON I TUOI GENITORI PER AVERTI MESSO IN QUESTO MONDO
  7. MANGIA COME UN MAIALE, ROTOLA SENZA VERGOGNA NEI VIZI
  8. AMORE E ODIO SONO PARENTI STRETTISSIMI
  9. I MALVIVENTI HANNO PIU’ CHANCE DI AUTO-REALIZZARSI
  10. PERDI TE STESSO E RIMANI SEMPRE IN QUELLA CONDIZIONE DI PERDIZIONE E INCERTEZZA

Umberto Eco: ‘Come prepararsi serenamente alla morte. Sommesse istruzioni a un eventuale discepolo’


Non sono sicuro di dire una cosa originale, ma uno dei massimi problemi dell’essere umano è come affrontare la morte. Pare che il problema sia difficile per i non credenti (come affrontare il Nulla che ci attende dopo?) ma le statistiche dicono che la questione imbarazza anche moltissimi credenti, i quali fermamente ritengono che ci sia una vita dopo la morte e tuttavia pensano che la vita della morte sia in se stessa talmente piacevole da ritenere sgradevole abbandonarla; per cui anelano, sì, a raggiungere il coro degli angeli, ma il più tardi possibile.

Recentemente un discepolo pensoso (tale Critone) mi ha chiesto: “Maestro, come si può bene appressarsi alla morte?” Ho risposto che l’unico modo di prepararsi alla morte è convincersi che tutti gli altri siano dei coglioni.

Allo stupore di Critone ho chiarito. “Vedi,” gli ho detto, “come puoi appressarti alla morte, anche se sei credente, se pensi che mentre tu muori giovani desiderabilissimi di ambo i sessi danzano in discoteca divertendosi oltre misura, illuminati scienziati violano gli ultimi misteri del cosmo, politici incorruttibili stanno creando una società migliore, giornali e televisioni sono intesi solo a dare notizie rilevanti, imprenditori responsabili si preoccupano che i loro prodotti non degradino l’ambiente e si ingegnano a restaurare una natura fatta di ruscelli potabili, declivi boscosi, cieli tersi e sereni protetti da un provvido ozono, nuvole soffici che stillano di nuovo piogge dolcissime? Il pensiero che, mentre tutte queste cose meravigliose accadono, tu te ne vai, sarebbe insopportabile.

Ma cerca soltanto di pensare che, al momento in cui avverti che stai lasciando questa valle, tu abbia la certezza immarcescibile che il mondo (sei miliardi di esseri umani) sia pieno di coglioni, che coglioni siano quelli che stanno danzando in discoteca, coglioni gli scienziati che credono di aver risolto i misteri del cosmo, coglioni i politici che propongono la panacea per i nostri mali, coglioni coloro che riempiono pagine e pagine di insulsi pettegolezzi marginali, coglioni i produttori suicidi che distruggono il pianeta. Non saresti in quel momento felice, sollevato, soddisfatto di abbandonare questa valle di coglioni?”

Critone mi ha allora domandato: “Maestro, ma quando devo incominciare a pensare così?” Gli ho risposto che non lo si deve fare molto presto, perché qualcuno che a venti o anche trent’anni pensa che tutti siano dei coglioni è un coglione e non raggiungerà mai la saggezza. Bisogna incominciare pensando che tutti gli altri siano migliori di noi, poi evolvere poco a poco, avere i primi dubbi verso i quaranta, iniziare la revisione tra i cinquanta e i sessanta, e raggiungere la certezza mentre si marcia verso i cento, ma pronti a chiudere in pari non appena giunga il telegramma di convocazione.

Convincersi che tutti gli altri che ci stanno attorno (sei miliardi) siano coglioni, è effetto di un’arte sottile e accorta, non è disposizione del primo Cebete con l’anellino all’orecchio (o al naso). Richiede studio e fatica. Non bisogna accelerare i tempi. Bisogna arrivarci dolcemente, giusto in tempo per morire serenamente. Ma il giorno prima occorre ancora pensare che qualcuno, che amiamo e ammiriamo, proprio coglione non sia. La saggezza consiste nel riconoscere proprio al momento giusto (non prima) che era coglione anche lui. Solo allora si può morire.

Quindi la grande arte consiste nello studiare poco per volta il pensiero universale, scrutare le vicende del costume, monitorare giorno per giorno i mass-media, le affermazioni degli artisti sicuri di sé, gli apoftegmi dei politici a ruota libera, i filosofemi dei critici apocalittici, gli aforismi degli eroi carismatici, studiando le teorie, le proposte, gli appelli, le immagini, le apparizioni. Solo allora, alla fine, avrai la travolgente rivelazione che tutti sono coglioni. A quel punto sarai pronto all’incontro con la morte.

Sino alla fine dovrai resistere a questa insostenibile rivelazione, ti ostinerai a pensare che qualcuno dica cose sensate, che quel libro sia migliore di altri, che quel capopopolo voglia davvero il bene comune.
E’ naturale, è umano, è proprio della nostra specie rifiutare la persuasione che gli altri siano tutti indistintamente coglioni, altrimenti perché varrebbe la pena di vivere? Ma quando, alla fine, saprai, avrai compreso perché vale la pena (anzi, è splendido) morire.

Critone mi ha allora detto: “Maestro, non vorrei prendere decisioni precipitose, ma nutro il sospetto che Lei sia un coglione”. “Vedi”, gli ho detto, “sei già sulla buona strada.”

STATO NATURALE – UG Krishnamurti


Un personaggio molto interessante è UG Krishnamurti (non Jiddu K.).
Lui parlava dello “stato naturale” come la condizione di defualt di ogni organismo, condizione in cui la coscienza (vita?) si esprime liberamente e nel migliore dei modi, cioè sotto forma di ineccepibile intelligenza.
Ciò che altri chiamano illuminazione (concetto da lui aspramente rifiutato) per lui era una “calamità”. Una trasformazione biologica imprevedibile ed estremamente sgradevole, ma soprattutto un’esperienza assolutamente involontaria, un colpo di scena che ti colpisce all’improvviso – non perché hai accumulato meriti in seguito ad opere straordinarie. E’ come una folgorazione, vieni fulminato senza un perché, il sistema nervoso si resetta e tutta la vecchia conoscenza (identità costruita negli anni) si dissipa in un nanosecondo, lasciandoti per alcuni istanti (anche giorni) in stato catatonico. Nulla a che fare con aggrazianti visioni luminose o incontri angelici. In seguito a questa calamità il suo cervello ha semplicemente smesso di porsi qualsiasi forma di domanda esistenziale. La mente formulava solo richieste basilari (dove sono le chiavi?) e per il resto della giornata era quieta/silenziosa. Si era spento la necessità di diventare qualcuno di speciale, non andava in cerca di esperienze intense, anzi non sapeva neppure chi era. Non gli interessava più “sapere” alcunché, cioè accumulare nozioni.
Non voleva più aiutare nessuno perché lo riteneva impossibile, anzi presuntuoso. Era totalmente indifferente alle pseudo-sofferenze psicologiche degli altri, cioè alle loro afflizioni immaginarie, agli atteggiamenti autocommiseranti. Se uno gli diceva di sentirsi trsite, deluso o disperato per la tal questione, lui gli voltava semplicemente le spalle, non voleva ascoltare i loro interminabili piagnistei.
In conclusione, dal suo punto di vista non ci sono livelli, nuovi/alterati/espansi stati di coscienza, niente da trascendere o trasalire. Per lui la maggioranza di questi concetti (soprattutto karma) sono frutto di un meccanismo di autosabotaggio mentale, propugnato da millenni non solo in ambito spirituale.
Ad es. se faccio credere alla tua mente che sei in “Debito” con me ti sentirai in bisogno di “riparare, rimediare, ripagare” tale debito. In tal senso debito karmico o finanziario sono la stessa cosa; concetti per manipolare la psiche altrui.
Oltre a ciò asseriva che non possiamo conoscere l’esperienza e neppure esserne testimoni. Al massimo possiamo tradurre (concettualizzare) qualche nuova sensazione in qualcosa di “familiare” ma questo qualcosa di concettualizzato non corrisponderà mai alla pura esperienza, in tal senso è inutile continuare a voler “comunicare” l’esperienza personale a qualcun altro. Non si possono comunicare esperienze banali come il sapore del pepe figuriamoci le epserienze più profonde. Lo strumento che utilizziamo – il pensiero o alfabeto – è inappropriato per ovvie ragioni. Questo strumento va bene per raggiungere un obiettivo terra a terra, come andare da A a B, ma per il resto (indagare “Chi sono io?” o trasmettere il sapore del pepe) non potrà mai tornare utile.
Al contrario di altri personaggio che sembra volessero convincere gli altri – o loro stessi – che quella fosse la verità, per lui non c’è bisogno di comunicare la verità (quale verità?) e nemmeno di aiutare altri a trovarla. E’ arrogante il solo tentativo di metterti in testa il concetto di verità. Per lui Buddha, Cristo, Osho hanno fallito miseramente o forse hanno peggiorato le cose creando ultetiori illusioni, una su tutte l’idea di una pace perfetta, eterna (a cui inevitabilmente l’umano di turno tenderà).
Insomma UG butta nel WC ogni conoscenza, senza distinzioni tra mistico e profano. La coscienza/vita non non ne ha mai avuto bisogno.

Perchè lo fai?


A. Panatta:  maghierranti.blogspot.com

Perchè fai un percorso ‘spirituale’? Perchè cerchi quello che cerchi? Rispondi onestamente. La maggior parte di noi vedrà, se osserva con sincerità, che il pensiero primario dietro il cercare è solo e soltanto lo ‘stare meglio’ o il ‘risolvere un problema’. Ogni nuovo corso regala un’ondata di adrenalina, di emozioni positive, risuoniamo con l’autore del momento, il conferenziere del momento, e viviamo una specie di innamoramento che è tanto più forte quanto più proiettiamo su quella figura tutte le nostre mancanze e i nostri vuoti. Tutti gli innamoramenti in fondo non sono che questo. Un ego a cui manca qualcosa e che cerca di completarsi attraverso un altro ego. E per un po’ abbiamo anche quella chimica specifica dell’innamorarsi, quelle belle sensazioni. Lui è il mio guru, il mio maestro. Ho trovato ciò che cercavo. Ma in realtà non abbiamo ‘trovato’ proprio un bel niente, se non, forse un altro piccolo tassello di qualcosa che era già integralmente e inevitabilmente dentro di noi. Poi arriva la progressiva disillusione, il guru ha dei difetti come tutti i normali esseri umani, la nostra aspettativa salvifica viene progressivamente delusa nella misura in cui scopriamo un normale umano, con qualche capacità e potere magari, ma pur sempre un umano. Le pratiche non le facciamo con costanza. Non ci piacciono le pratiche, sono faticose, ripetitive, noiose e non portano nessuna di quelle esperienze meravigliose di cui abbiamo letto sui libri, nessuno dei risultati che cercavamo. E allora a livello subconscio perdiamo interesse, e cambiamo percorso, cerchiamo un altro maestro, un altro libro, un altra tecnica e ricominciamo tutto da capo. Di innamoramento in innamoramento, di delusione in delusione quello che facciamo è spostare la nostra attenzione su quello che verrà dopo, e sulla forte sensazione di novità. Questo è ciò che facciamo con la spiritualità, ma, in linea di massima con moltissime relazioni ivi inclusa quindi quella dell’insegnante\guru\maestro. Questa è la via dell’ego che cerca per non trovare mai, cerca per avere ‘belle sensazioni’, effetti speciali, stati di rapimento mistico ed estatico. Ma, dopo tutti questi anni ho dovuto arrendermi alla constatazione che tutti questi sono solo effetti collaterali di qualcosa di molto, molto più importante. Ed è qualcosa che non incontra nessuna popolarità, poichè stuzzica e irrita proprio il soggetto in questione. Lo dirò molto brevemente. Se non abbiamo accettato il totale sacrificio della nostra personalità, di quell’importanza personale che intossica ogni azione che facciamo, anche la più spirituale, non andremo molto lontano in quanto a crescita e a ‘risultati’. Se non c’è un lavoro sul carattere e una progressiva disintegrazione delle forme pensiero di auto-referenzialità, egocentrismo, egoismo ed eccesso di ‘me’, se non si accetta di perdonare integralmente chi sembra averci ferito, se non si toglie importanza ai propri desideri, e se non si dà battaglia momento per momento alla sensazione di essere un io col suo lato oscuro, non succederà mai assolutamente niente. Non sarà la nuova tecnica a guarirci, non sarà il nuovo guru, il nuovo risvegliato-neo-advaita, o l’ultimo maestro di Qigong o meditazione a darci ciò che cerchiamo. Ciò che cerchiamo si trova solo distruggendo le pareti della cella in cui ci siamo più o meno consciamente confinati. Questa cella è la nostra personalità, e con essa la nostra importanza personale. Questa cella è il centro da dietro le cui sbarre osserviamo il mondo. Si chiama ego, la sensazione di essere qualcuno separato da tutto il resto. Coincide con la mente, con il pensare compulsivo, con l’analisi costante, la chiacchiera continua di ‘cose spirituali’ e ahimè coincide col cercare. L’ego cerca per non trovare mai, appunto. In questo non vi è nulla di ‘male’. Tuttavia questa non sembra a mio parere essere la via d’uscita. La via d’uscita è la resa totale e incondizionata delle proprie tendenze latenti e inconsce, un lavoro meticoloso, noioso, un lavoro assolutamente poco mistico, e del tutto privo di fascino per l’ego che cerca innamoramenti e belle sensazioni. E dovremo andare anche oltre la ricerca di questi premi che pensiamo costituiscano il risultato della crescita interiore… premi come la ricchezza, il lavoro dei tuoi sogni o l’anima gemella. Chi vi ha detto che questi sarebbero stati i risultati della ricerca vi ha mentito probabilmente, e se sono stato io a dirvelo vi chiedo scusa, anche io ero vittima di questo abbaglio. Poi ho capito, dopo molto lavoro, che i ‘doni’ che pure la coscienza elargisce, non sono altro che riflessi dell’espansione della nostra consapevolezza, che non sono lo scopo del percorso, e ho potuto appurare chiaramente che non c’è nulla da aspettarsi, nulla da cercare, c’è solo una parete da demolire per allargarsi, essere sempre più coscienti e percepire una fetta di realtà più vasta, con tutto quello che ne consegue. E non fate l’errore che ho fatto io per anni, di attaccarvi al maggior potere che deriva dalla vostra espansione di coscienza, non vi attaccate a quello che sembrate ‘ricevere’. Non fate l’infantile errore di credere che Dio vi premi per gli sforzi che fate per essere buoni. A mio parere non c’è nessun Dio che vi premia perchè siete stati bravi a rinunciare all’ego, non c’è una ricompensa che qualcuno vi dona per aver neutralizzato il vostro karma negativo. Siete voi che espandendovi permettete alla coscienza (che è ciò che siete) di essere di più e che rinunciando ad attaccamenti, avversioni, opinioni e giudizi permettete all’infinito di penetrare dentro la vostra esistenza. Ma avete bisogno di rinunciare a tutto quello che credete sia un percorso spirituale, e, cosa ancora più difficile e impopolare, avete bisogno di iniziare ad amare la vita così come si presenta ai vostri occhi. So per esperienza diretta quanto questo può sembrare difficile, so quanto vi da fastidio, e quanto nella vostra testa (la testa dell’ego) siano già partite tutta una serie di eccezioni giustissime per ciascuno di voi, che raccontano perchè per voi è impossibile amare ciò che c’è in questo momento davanti a voi. Tuttavia la strada dell’equanimità è davvero l’unica, che può abbattere le mura di quella cella che ci siamo costruiti. Il vostro perchè dovrebbe gradualmente essere trasformato da “lo faccio per ottenere un risultato”, a “lo faccio perchè sono stufo, esausto di essere ‘io’ “. Io con tutti i miei desideri. Io con tutti i miei bene e male, con tutte le mie opinioni sulla realtà, sul mondo, sul risveglio e la spiritualità. Io con le mie dita puntate verso i miei persecutori e le mie braccia attorno ai miei innamoramenti, io spinto dai capricci della mia personalità. Per uscire dalla cella, questo ‘io’ deve avervi veramente stancato, nauseato, e questa nausea sarà nettamente percepibile solo, ed esclusivamente quando avrete vissuto abbastanza delusioni e quando abbastanza innamoramenti saranno naufragati nel nulla di fatto. Forse quel giorno ne avrete piene le scatole, vi arrenderete del tutto alla vita così com’è e smetterete di investire la vostra ‘ricerca’ di aspettative infantili. E forse quel giorno le pareti della cella crolleranno con un fragoroso rumore lasciandovi attoniti di fronte a un nuovo stato di coscienza, un altro livello del videogioco, una dimensione più larga, sì, ma anche questa da lasciar andare.

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