QUAL E’ IL MIGLIOR INSEGNAMENTO?


QUAL E’ IL MIGLIOR METODO?

IL TUO ! (Forse)

Supponi che i metodi e i modelli siano come delle scarpe.

Il Buddha indossava un paio di scarpe che gli consentivano di camminare bene. Queste scarpe sono state chiamate “Buddhismo” e miliardi di persone stanno tuttora cercando di indossare le scarpe del Buddha sperando di sentirsi bene (raggiungere la pace dei sensi). Ovviamente i tuoi piedi non sono come quelli del Buddha, il tuo metodo – il tuo stile di vita, la tua pratica – cioè le scarpe appropriate a te sono diverse. Sembra banale eppure molti indossano le scarpe degli altri e sperano così di sentirsi meglio. E poi magari danno la colpa ad altri.

Cristo aveva un altro paio di scarpe (un altro tipo di insegnamento) e ad oggi miliardi di altri fenomeni ambulanti provano ad indossare le sue scarpe sperando nel “miracolo”.

Gurdjieff, Don Juan, Krishna  o un famoso pinco pallino qualsiasi indossava altre scarpe  – le aveva create da(l) Sé – ma poi sembrerebbe che le abbia vendute ad altri o meglio altri hanno voluto replicare quelle scarpe e camminare come i loro idoli.

Pensa a tutti i libri di auto-aiuto che hai letto e a come anche tu sei caduto in questo trabocchetto.

In parte è colpa degli autori stessi che promettono risultati strabilianti con titoli del tipo “come vivere felici e contenti in tre semplici mosse…”, ma per il resto la responsabilità è di chi compra e si beve quel che legge/ascolta da questi personaggi.

In tale ottica Buddha o Cristo stessi -sempre che siano esistiti – hanno errato nella loro missione fin dall’inizio, cioè nel momento stesso in cui si sono messi a raccattare discepoli che diffondessero la loro parola o la parola di Dio. Col senno di poi – osservando imparzialmente la storia – questi “personaggi” hanno contribuito più in peggio che in meglio. Basti pensare ai conflitti  (non ancora terminati) che si portano avanti per difendere una marca di scarpe (cristianesimo) contro un altra marca (islam).

Un vero saggio si sarebbe subito accorto della condizione dell’umano medio e sicuramente avrebbe evitato di “farsi un nome” allo scopo di insegnare come vivere in pace. Già l’idea che l’amore, la consapevolezza, la compassione vadano insegnante con un “metodo preciso” la dice lunga su quanto siamo superficiali.

L’unico che forse poteva salvarsi la faccia, cioè che sembrerebbe essere stato coerente con se stesso- era (in teoria) Lao tzu. Il libro a lui attribuito era cominciato bene – “Il Tao che puoi nominare non è l’eterno Tao”.  Peccato che poi si sia dilungato con 80 capitoli nel descrivere l’indescrivibile Tao. E comunque già nominare “l’innominabile” come “Tao” è un controsenso. Al di là di questo, lui sembra essere l’unico che non è andato in giro a fare miracoli e soprattutto a “suggerire” le sue scarpe agli altri. Anzi la prima cosa che ha fatto è stato licenziarsi, uscire dall’ufficio e imboscarsi nel nulla. Sembra che abbia scritto soltanto per accontentare le richieste di un tizio. Ma sopra ogni cosa non voleva discepoli. Si era solo divertito nello scrivere qualche strofa e stop. Tra l’altro non professava sentieri, esaltava poteri taumaturgici, non imponeva regole monastiche. Era troppo consapevole del fatto che ognuno deve indossare le “proprie” scarpe per suggerire agli altri le tecniche “giuste”, visualizzazioni, preghiere o mantra speciali.

Che scarpe stai indossando?

Quelle con la marca “Steiner, Krishnamurti, Tony Robbins, Castaneda, Roberto Re, Katie Byron?”

Se sono strette, se ti danno troppo fastidio (come è ovvio e naturale che sia) sappi che stai indossando quelle sbagliate. Fossi in te non aspetterei altri 10 anni prima di togliermele. Levatele subito di dosso e sentirai un sollievo incredibile.

Ecco come devi tradurre gli le frasi spirituali:

“come entrare nel qui ed ora” = “come non accorgersi che sei sempre nel qui-ora”

“come essere te stesso” = “come essere qualcun altro”

“come essere felice” = come essere infelice

CHIAREZZA SULLo STATO NATURALE, IL SENSO DI ESISTERE, il non-io, falsa identità, etc.


*Percezione di sé
* io = somma di sensazioni
* insime di impressioni vaghe

esempio pratico:

Immagina qualcuno che ti dica

  1. “hai un naso bruttissimo”,
  2. “mi fai schifo”
  3. “hai degli occhi bellissimi”
  4. “ti amo, sei un’anima speciale”.

Cosa accadrà?

Tu – il tuo presunto io  proverà particolari sensazioni (sempre diverse) e quindi continuerà a cambiare.

Emergerà un “io” irritato dalle prime due frasi e un “io” allegro grazie alle ultime lusinghe. Ma quali di questi “io” sei tu? Anzi, cosa sono questi io?

E’ ovvio che si tratta di semplici impressioni, sensazioni estemporanee. Ebbene se ci fai caso la tua vita è costellata di queste impressioni. La somma di queste impressioni costituisce ciò che in questa società chiamiamo stupidamente “io sono”.

L’io è una sensazione vaghissima che varia di momento in momento, in un certo senso non esiste un “io reale” cioè “stabile, immutabile”, esistono solo interminabili sensazioni con cui  “qualcosa di misterioso/indefinibile – il vero io” si identifica. In seguito all’identificazione (al credere/fidarci di quelle parole) finiamo puntualmente per rimanerci male appena vediamo che esse scompaiono oppure vengono rimpiazzate in un batter d’occhio da altre imprevedibili o indesiderabili sensazioni.

Quindi tu chi sei?

Quell’anima con gli occhi bellissimi o quella schifezza con il naso bruttissimo?

Ovviamente nessuno dei due… quelle sono solo impressioni – spesso appiccicate dal mondo – con cui abbiamo ingenuamente costruito la nostra identità.


* le percezioni sono iillimate , quindi l’io non può essere una “precisa, unica” percezione, in inglese si dice che il sé è  no-thing (non una cosa “unica” e distinta)

* storia personale = luogo/periodo (spazio/tempo)
* ma qual è la 1° PERCEZIONE INIZIALE?
* come distingui una “vera, attendibile” Percezione (la mia percezione) dalla falsa (non mia, prodotta dall’immaginaz., da altri/esterno)?
* chiunque può indurre/stimolare percezione a chiunque altro
—> la mente stimola se stessa
* l’immaginazione produce impressioni
* vita è fatta di impressioni
* vita è frutto dell’immaginazione
* La Percezione è sempre impersonale (senza io –  cioè senza un costrutto secondario, es. linguistico o anche energetico)
* Falsa Personalità = identificazione con le percezioni = il famoso non-io, l’ego, cioè uno stato di coscienza sempre deludente perché si identifica con le percezioni che sorgono all’infinito e vi si aggrappa sperando che non scompaiano. Chi non comprende il meccanismo del sistema percettivo è destinato a soffrire inutilmente.

La spiritualità utilizza da sempre un presupposto ingannevole –> l’io allo stato naturale “è sat-cit-ananda, gioia/vitalità/entusiasmo incessante, pace eterna” (percez. naturale = percez. positive)
Questa affermazione – promossa da innumerevoli maestri – implica che le perce. semi-positive (imprecisabile contentezza, fioca serenità instabile, poca pazienza) oppure negative (torpore, vergogna, non beatitudine, emoticon)  siano (io) innaturali o non pienamente naturali.
In realtà un insegnante maturo dovrebbe semplicemente far notare che   lo stato naturale (che di preciso nessuno sa cosa sia) precede qualunque percezione e qualsiasi “io”.
* Allo stato naturale non c’è io, non percepisci né sat-cit-ananda né irritazione.

La mente ordinaria non può cogliere questo insegnamento e per questo continua ad osannare pseudo-maestri che promuovono le percezioni spirituali/sublimi rispetto a quelle carnali/inferiori. Involontariamente, come se chi non percepisse gioia non fosse degno di entrare nel regno. Così facendo alimentano ignoranza e confusione, il che porta ai soliti conflitti interiori/esteriori.

La vera liberazione è liberazione da queste distinzioni puerili ed astratte (tra la “mia” superiore percezione) e la “sua” immatura percezione), su cui però si fondano non solo le religioni ma l’intera società e forse l’intero Magico Universo di Maya.

Diffida da chi ti vuol convincere a suon di “stimolazioni sensoriali”, costui non è un saggio ma un intossicato di “percezioni”.

Ah già, se non hai colto il punto ti riassumo il discorso:

tu non esisti – l’io a cui hai sempre creduto non c’è, è puramente immaginario… esistono solo vaghe percezioni che emergono caoticamente in un mare di possibilità.

Rilassati, non c’è niente da fare e tu non hai mai fatto nulla, il tuo passato non esiste, si sono solamente susseguite delle impressioni.

Tu sei una semplice espressione vitale – che non ha niente a che fare con le cavolate addizionali (culturali o spirituali). Le teorie, speculazioni sui sentieri metafisici, la via di mezzo, la vacuità, le iniziazioni, lo sciamanesimo etc. sono solo parole vuote sognate da un incontrollato meccanismo di pensiero frustrante.

“I AM” MY WORDS?


Consideration about conceptual “I”, “fictional self”.
Where the verbal “I”, the sense of “me” is located?
How can simply communicate the conceptual “I am” in a down-earth terminology, to whom doesn’t “speak” the language of dzogchen?
An interesting support can come from neuroscience.
Let’s suppose that the conceptual “I” is a product of schooling and his roots are findible in the brain, precisely in the Broca-Wernicke’s area. If we understand that the linguistic brain section is involved in our limitated/distorted’s identification we are also motivated to pay more attention to the implications of our (or others) way of talking and thinking.
We will not be tricked by linguistic games (the main source of our confusion and delusions about many things, especially our identity).
Verbalization is the big deal, dialectic is the bound.
If we can point out that the neurotic mechanism (the auto-referential tendencies culminating in stories about a mitical “me”) are in fact a conseguences of a learning process (started in the primary school) we then can correct this misleading linguistic process by ourselves.
The localization of the “false self” is just an aid to point out a practical way to dissolve a dilemma that maybe with the mere spiritual’practice will never be solved.
It’s like Don Chisciotte: many teaching, books, forums and people talk a lot about non-self etc. without actually saying nothing important, useful or concrete.
In that sense a practitioner that doesn’t recognize this mental process will always be caught in this neuro-linguistic cheat, never be able to get rid of this deceptive pattern, even if he meditate for many lifes. His looking begins (unintentionally) from the wrong place. His is spellbound by the sound “me”, his sense of existence is associated to this word, therefore his fellings will always be unsatisfactory.
 

LA PERNACCHIA CHE GUARISCE


Facile e rapido esercizietto per scrollarsi di dosso le sensazioni (spesso inutili o indesiderate) associate a situazioni-persone-oggetti quotidiani.

immagina l’evento o la persona speciale e contemporaneamente emetti una sonora rista, una pernacchia (dei suoni incomprensibili)

Alla presenza di quell’idolo (persona/oggetto significativo) proverai un grande senso di ilarità.

Non ti imbarazzerai, non ti sentirai minacciato da niente e nessuno.

Fai una veloce carrellata mentale di cose a cui hai dato molta importanza (ripensa ad amici, parenti, episodi del passato, traumi, colleghi, etc.) e nel frattempo produci delle stimolazioni insolite nel corpo. La tecnica funziona anche se la risata è forzata. L’importante è indurre una percezione inconsueta tale che sminuisca l’importanza dell’idolo, cioè di tutto ciò che prima ti provocava forti e spiacevoli sensazioni.

spiegazione del metodo:

Quando vediamo, ascoltimao o semplicemente pensiamo a qualcuno il corpo reagisce attivando il centro emotivo e producendo particolari sensazioni. Queste sensazioni dipendono dal significato che abbiamo inconsciamente attribuito agli idoli (l’idolo è – per semplicità – tutto ciò con cui entriamo in contatto). Dal momento che è improduttivo e pressoché impossibile intervenire per via razionale, il miglior stratagemma consiste nell’intervenire a livello cinestesico, cioè sul piano delle sensazioni fisiche. Il bello dell’intervento percettivo è che ottieni istantaneamente dei risultati; risultati che a liv. cognitivo avrebbero richiesto anni di operazioni mentali. Questo evita un noioso lavoro di scavo sulle proprie convinzioni.

In fin dei conti l’obiettivo finale di ogni interazione è sempre il medesimo: esperire la miglior percezione possibile della realtà.

Perché non rimanere costantemente in quella percezione, spontaneamente – senza la necessità di oggetti esterni (stimolanti)?!

Perché servirsi di mezzi macchinosi, lenti, ripetitivi quando hai già a disposizione gli strumenti efficaci per ottimizzare le percezioni del tuo corpo?

Lascio a te la scelta degli strumenti migliori, mi permetto soltanto di ricordarti che esistono sempre dei mezzi più rapidi ed efficaci. Ricercali, testali o semplicemente inventali sul momento.

Se una cosa (una relazione) funziona te ne accorgi subito: ti senti leggero, spensierato… non prendi sul serio niente e nessuno.

Se una cosa (una relazione) non funziona provi l’effetto contrario: tensione, diagio… prendi dannatamente sul serio tutto e tutti.

 

MORTE = LADRA


La morte è come una ladra che entra in casa tua (corpo) e si impossessa di qualsiasi cosa.

Ti porta via ciò che hai ACQUISITO in questa vita (acquisito = ciò che non ti appartiene di natura). La tua essenza invece è intoccabile.

L’unica cosa che devi fare è “mollare la presa” dagli oggetti che la morte di porterà via. Allenta la presa o meglio offri di tua sponte ciò che hai, apri la mano e porgile tutto quello che stringevi appassionatamente.

Se opponi resistenza (cioè se rimani attaccato al corpo, agli affetti, alle persone che hai amato, al denaro, etc.) il ladro reagirà di conseguenza, percuotendoti violentemente, cioè facendoti soffrire inutilmente.

Questa sofferenza può essere evitata rinunciando deliberatamente a tutto ciò che non è davvero tuo, vale a dire tutto ciò che è correlato a questo mondo (i tuoi desideri e tentazioni di relazioni carnali/materiali). Ricorda che non sei un entità carnale, il corpo è solo un oggetto preso in prestito che prima o poi dovrai restituire. La stessa cosa vale per i tuoi pensieri, le emozioni, i ricordi. Devi essere pronto ad abbandonare di buon grado tutte queste esperienze.

Se riuscirai a mantenere questo atteggiamento la morte prenderà semplicemente il non-Sé (cioè non il soggetto ma gli oggetti come corpo, emozioni, i tuoi progetti in questo monto, le tue FANTASIE) e se ne andrà senza fare nulla a te (cioè non sentirai alcun sensazione dolorosa). Puoi prepararti a questo già da ora, riducendo gradualmente l’attaccamento ad ogni entità terrena.

Devi avere il coraggio di SACRIFICARE ciò che non ti appartiene, il non-io o io-irreale (ciò che non sei, la materia) per l’io reale (ciò che sei, lo spirito).

L’audacia di DISPREZZARE ciò hai sempre amato!

Sarai all’altezza di questo sacrificio?

La morte ti metterà alla prova.

L’unica attività spirituale dei saggi di un tempo era la preparazione a quest’unico evento.

NON SFORZARTI PIU’ DI CAPIRE NULLA E COMPRENDERAI TUTTO – 2° PARTE


Quel che ti scrivo è prevalentemente frutto della mia esperienza.
La riflessione di poco fa mi è venuta mentre rimanevo disteso su un’amaca a contemplare il cielo. Più rileggo queste info più mi accorgo di aver scoperto l’acqua calda e più mi rendo conto di quanto sia rimasto profondamente acciecato durante tutti questi anni di ricerca spirituale, tra un mantra e l’altro. Ricevo semplicemente delle convalide fisiche di ciò che sentivo, immaginavo o leggevo anni fa. Per questo si chiamano verità perenni. E’ sempre la solita minestra.

Il vero sapere viene dal niente, inteso dal non fare niente di speciale a parte osservare.

Il vero sapere non è verbale. Quel che scrivo e che leggi è lontano anni luce dalla verità che senti nell’intimo poiché le parole scritte o pronunciate vengono inevitabilmente catturate e ingarbugliate dalla rete intellettuale.
Per tale ragione in passato la trasmissione diretta da maestro ad allievo avveniva tramite una semplice vibrazione. L’allievo mentalmente nudo (cioè senza preconcetti, dubbi, timori… con totale fede cioè fiducia e sottomissione) si accostava al guru e il maestro si limitava ad irradiare l’energia dal suo corpo energetico a quello del discepolo.
Niente blablabla, nessuna domanda-risposta esistenziale. Tutto avveniva nel silenzio.
In un secondo l’allievo si illuminava, cioè la sua anima ridestava completamente la propria energia vitale. Era sufficiente il contatto con quel genere di vibrazione emanata dal guru per acquisire quelle stesse abilità.
Era riservata a pochi per ovvie ragioni. Prova a immaginare cosa accadrebbe se certi poteri venissero trasmessi a individui  impreparati o malintenzionati.  Potrebbero letteralmente prendere fuoco o incendiare altri.

Il contatto con quella vibrazione avviene anche in modo impersonale, senza la presenza di un guru esterno.
Affinché vada a buon fine occorre prima che il tuo veicolo fisico sia in grado di gestire il tuo fuoco interiore (passioni, emozioni) e poi lo spirito santo scenderà in te. Riconoscerà che il tuo corpo è un contenitore adatto alla sua discesa. Scenderà e sentirai una sorta di intenso calore al plesso solare, gioia immotivata seguita da svariate reazioni fisiologiche ed emotive (pianto o riso irrazionale). I cristiani lo chiamano pentecoste.

Occhio a non dogmatizzare l’esperienza spirituale. Potrebbe benissimo non avvenire nessuna reazione fisiologica. Queste sono solo indicazioni di massima.
Ne parlo un po’ per esperienza e un po’ per buon senso. Perché in fondo è così che anche altri l’hanno descritto ed effettivamente corrisponde a ciò che è accaduto a me in alcune circostanze.
Ritengo che in me il processo sia incompleto o meglio in via di completamento. Lo stesso sono sicuro vale per te e per molti altri ricercatori. Occorre solo aver fiducia e interferire il meno possibile. Tieni conto che gli organi sensoriali esterni-grossolani non sono in grado di riconoscere tale processo, poiché esso avviene a livello di sensi interni-sottili.

Pian piano partorirai la tua anima. Al momento è come un embrione, i suoi organi si devono sviluppare e per svilupparsi gli devi lasciare spazio (interiore).

Occorre del tempo, anche anni. Pazienta e non mettere i bastoni tra le tue ruote.

NON SFORZARTI PIU’ DI CAPIRE NULLA E COMPRENDERAI TUTTO


Email con un amico a proposito delle radicali esperienze spirituali:

” Ritengo che nella maggior parte dei casi sia una sorta di euforia indotta da forze di causa maggiore.

La chiamano shaktipat, discesa della potenza divina.

Shock positivo è una definizione azzeccata del processo. E’ un incidente fortunato dal quale ne puoi uscire rinsavito, guarito o immune alle afflizioni che comunemente colpiscono il corpo o la mente umana; alcuni ricevono siddhi, chiaroveggenza, etc.

Quel che manca a numerosi personaggi fulminati dalla Grazia divina è l’equanimità, una visione chiara, realistica e imparziale o come scrivi tu una piena comprensione dei meccanismi sottostanti quei fenomeni.

Nonostante ciò adoro la semplicità dei maestri anonimi oppure la dotta ignoranza di coloro che – quasi fossero muti, ciechi e impotenti – si lasciano trascinare dalle mani pulsanti del sommo bene – senza mai opporvisi fisicamente o intellettualmente: probabilmente manca in loro una conoscenza approfondita di quel che gli sta accadendo eppure alcuni mi danno la sensazione di soave genuinità.

Il loro intelletto sembra assente, l’attività mentale ordinaria quasi sospesa, come in catatonia. Mi vien in mente ramana maharsi il quale passò molti anni in completo silenzio, quasi in coma: lo dovevano persino imboccare perché la sua volontà era praticamente inesistente. Malgrado questa apatia esteriore, dentro di lui fermentava lo spirito. Interiormente sentiva una beatitudine incommensurabile e indescrivibile.

Ecco, credo che di fronte a questa beatitudine anche la capacità di comprensione rimanga interdetta: vi è come un divieto, una soglia oltre la quale l’intelletto non può avanzare e forse non gli conviene, pena il delirio.

Ammetto che questo sembra contraddire l’affermazione iniziale sulla piena comprensione dei fenomeni. Credo che sia un meraviglioso paradosso risolvibile con un chiarimento: piena comprensione è sinonimo di pura percezione – scevra da filtri intellettuali.

Il termine illusione significa in-ludere: “in” = dentro + “ludere” = gioco

Maya “gioca dentro” ciascuno di noi [o forse si prende gioco di noi] mescolando e sovrapponendo infiniti significati, alterando le percezioni soggettive , provocando impressioni individuali e collettive che confondiamo per realtà assoluta, stabilendo leggi fisiche e poi stravolgendo quelle stesse leggi che in precedenza sembravano inviolabili.

Come può la mente razionale giungere a una comprensione in questo marasma di buchi neri, apparizioni-sparizioni, guarigioni o illuminazioni spontanee?

E’ stupefacente la genialità di questa giocherellona cosmica!

Più che comprenderla ci conviene contemplarla, guardarla lucidamente, lasciare che si diverta a intrattenere la psiche delle creature.

I latini dicevano “ab uno disce omnes”, cioè da un avvenimento puoi capire tutti gli altri. In quest’ottica forse la piena comprensione non è necessaria: una volta che ti rendi conto che le regole dell’esistenza vengono inventate sul momento e stravolte il momento successivo, lasci perdere spontaneamente ogni sforzo di razionalizzare qualsiasi evento.

Personalmente è un sollievo non dovermi più spremere le meningi in cerca di significati occulti, leggi metafisiche e straordinarie sincronicità nascoste dietro qualsiasi accadimento, anche il più banale.

Semplicemente non mi metto più a interpretare niente!

Rido, mi meraviglio e STOP… ma di certo non ci ricamo discussioni sopra.

Se si mostrasse Cristo davanti a casa mia non mi scomporrei più di tanto, al massimo lo considererei una simpatica proiezione olografica. Non andrei in giro a raccontare a tutti quel che ho visto. Evito di alimentare quel che alcuni chiamano il demone della dialettica.

Questo atteggiamento (alla portata di tutti) è un favoloso alleggerimento da un sacco di processi mentali (emozioni, aspettative e desideri) che appesantiscono il viaggio della coscienza.

Tutto accade da Sé!

Senza un “perché” metafisico. Appare e scompare. Fine della storia.

Dovremmo imparare ad accogliere quel che appare (il nascituro) e salutare ciò che scompare (morente). Tutto qui. Questo dovrebbe essere l’unico esercizio intellettuale o spirituale.

Nel frattempo, tra un’accoglienza e un commiato, tra un incontro sentimentale e un addio occorre evitare di intellettualizzare l’accaduto, smetterla di attribuire un senso.

Abituiamoci a goderci lo spettacolo smettendola di fare i saccenti opinionisti. La cronaca verbale (tradizioni sacre comprese) produce più caos e sofferenza che altro, poiché spesso distorce ciò che la nostra anima è in grado di percepire direttamente e nitidamente – senza l’ausilio di un’afabeto segreto.

Se hai la dimostrazione di trovarti in un sogno o in un mondo olografico, non ti servono più altre esperienze – praticare, meditare, confrontarti con altri ricercatori, analizzare libri, fare seminari, etc.

Se hai percepito il senso di quell’unica esperienza hai compreso tutto il resto. E’ una verità auto-evidente,  non devi ribadirla mille volte a te stesso o a tutti quelli che conosci. I nostri sensi sono molto più intelligenti di quanto il nostro intelletto non creda. In un certo senso i sensi sanno già tutto, dovremmo solo imparare ad ascoltarli di più e a far tacere il cicerone mentale.

In pratica non puoi non comprendere.

Sarebbe carino se a scuola instaurassero un periodo di vacanza dallo sforzo di comprendere, una pausa di 10 o 11 mesi in cui gli alunni dimenticano quel che hanno artificialmente appreso oppure in cui non si sforzano di capire il mondo ma semplicemente lo percepiscono naturalmente, apprendono da soli ad apprendere. Si accorgerebbero che la comprensione è un processo  immediato/ininterrotto/spontaneo, che non ha bisogno di intermediatori culturali.

Perché mai l’illuminazione o il risveglio della coscienza dovrebbe essere qualcosa di diverso dal normale processo di apprendimento cui il nostro organismo è sottoposto 24 ore al giorno?

Il risveglio è un processo semplice e naturale, è alla portata di chiunque. L’unico ostacolo è la dialettica artificiale con la quale costruiamo i nostri stessi ostacoli immaginari.

Casomai puoi cadere in uno stato di nescienza ( ingenua smemoratezza ), in tal caso ti basta ricordare quell’unica esperienza. Diaciamo che solitamente viviamo in uno stato di sbadataggine perenne, distrazione costante; un briciolo di attenzione in più e saremmo tutti dei buddha in carne ed ossa.

Mi vien in mente una riflessione del diario di Marco Aurelio: come sono ingenue e strane le persone che continuano a stupirsi di ciò che accade in questo mondo.”

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