RAPPRESENTAZIONE DELL’AUTOCOSCIENZA (CHI SONO IO)



Quel cerchietto centrale [RESISTENZA ELETTROMAGNETICA] è ciò che sei tu.

Questa resistenza è una particolare “CONFIGURAZIONE ENERGETICA”: questa configurazione di energia consente all’energia stessa (o alla Mente Universale) di sperimentare se stessa in piccole parti, in oggetti, in esperienze, in sogni, in individui “dissociati”. Queste ENTITA’ apparentemente DISSOCIATE sono le infinite manifestazioni che percepisci ogni giorno. In poche parole tu sei una di queste multi-personalità che si sentono dissociate da Dio (da se stesse, dall’Esistenza stessa).

In pratica esisti e contemporaneamente non esisti.

La spiritualità è una via per dissolvere questa resistenza elettromagnetica. Ma non è l’unica, anche la scienza può condurre allo stesso risultato. In tal senso la vera spiritualità e scienza coincidono.

Ciò che chiami morte è l’assenza di resistenza: i contorni del tuo personaggio, prima spessi e ben definiti (tangibili e terribilmente “reali”), diventano dei tratti via via più sottili, fino a fondersi con l’oceano di energia indifferenziata.  Fino a ritornare dove ti sei sempre trovato.

Le pratiche spirituali aiutano ad accelerare la presa di coscienza di questo processo naturale ed inevitabile. Sono un mezzo per sperimentare una piccola morte in vita, un modo per anticipare qualcosa che comunque avverà spontaneamente.

Il pensiero (il giudizio) è un parametro che intensifica questa resistenza, per questo motivo molti insegnamenti suggeriscono di ridurre al minimo questa attività intellettuale.

L’Advaita (non dualità) andrebbe quindi vista in ques’ottica: un canale aperto a qualsiasi espressione di questa non-duale (indifferenziata) energia.

Vedere chiaramente (o perlomeno percepire vagamente) questa resistenza (elettromagnetica) è la chiave di tutto.

In assenza di quella resistenza sparisce ogni concetto: autocoscienza, io sono, distinzione soggetto/oggetto. Tutto svanisce e rimane solamente l’ignoto, l’insondabile, l’irriducibile, l’innominabile… ciò che in un certo senso tu sei realmente.

CURIOSITÀ E STRANEZZE SESSUALI DAL MONDO ANIMALE



PRIME CURIOSITA’

  • I delfini e gli esseri umani sono gli unici animali che fanno sesso per il piacere di farlo, oltre che per procreare.
  • Gli oranghi e i macachi si masturbano con giocattoli sessuali fatti di foglie e ramoscelli.
  • Alcuni delfini cercano di avere incontri sessuali con tartarughe, squali e foche.
  • Come preliminare amoroso, il cosiddetto grillo “strepitans” immobilizza la femmina con l’arpione che ha sulla schiena.
  • Le lumache sono ermafrodite e hanno il pene sulla testa.

VERI ROMANTICONI

  • L’opossum, che è un vero romanticone, è capace di far l’amore sino a morirne: questo marsupiale può accoppiarsi sino allo sfinimento tra le zampe della sua compagna, in un gesto di estremo amore.
  • Anche la iena è un animale molto romantico: i maschi innamorati pur di conquistare la femmina la seguono per mesi, adoranti
  • Per quelli che amano aspettare la fatidica prima volta, pensate all’albatro che fa passare quattro anni prima di avere un “rapporto completo”.
  • Alcuni uccelli marini sono monogami e si corteggiano a lungo sbaciucchiandosi con il becco: il tutto avviene su un’isola ed è la femmina a decidere in ultimo se la coppia si forma o meno.
  • I gurami sbaciucchioni hanno un nome che è tutto un programma. Questi pesci prima di accoppiarsi si baciano per una decina di minuti.
  • I ciclidi africani invece stanno attaccati il più possibile con le “labbra”

DOTI DA GUINNES

  • L’orso non ama i preliminari, ma in compenso si accoppia anche sedici volte in una giornata.
  • L’amplesso dei rospi può durare fino a 10 ore
  • I leoni possono fare l’amore anche fino a 40 volte al giorno (ma ogni amplesso dura solo pochi secondi)
  • Le scimmie bonobo fanno sesso in qualsiasi posizione, in media ogni ora e mezza, non disdegnano le orge, praticano il sesso orale e le femmine si masturbamo
  • L’orgasmo di un maiale può durare fino a 30 minuti
  • Gli insetti stecco asiatici a volte copulano per dieci settimane filate.
  • Le femmine di coccinella possono copulare fino a nove ore di fila e i maschi sono in grado di avere tre orgasmi per ciascuna sessione amorosa, ciascuno della durata di un’ora e mezza.
  • Il clitoride di un elefante femmina adulto è lungo tra i 15 e i 30 centimetri.
  • La femmina della iena maculata ha un clitoride così grande da essere frequentemente scambiata per un maschio.
  • L’ostrica, di solito, è bisessuale: comincia a vivere come un maschio, poi si trasforma in femmina, poi ritorna maschio e poi di nuovo femmina.

LE MISURE

  • Il pene del balenottero azzurro è il più lungo di tutto il mondo animale (uomo compreo): due metri e mezzo
  • Quello dell’elefante è “solo” un metro e mezzo
  • Il povero gorilla invece solo tre centimetri e in erezione…
  • L’anatra lacustre argentina è lunga 40 cm, ma il suo pene può raggiunge al massimo dell’estensione il mezzo metro. Quando non serve, questo portentoso organo a forma di cavatappi rientra nell’addome del pennuto.

FEMMINE FOCOSE

  • Alcune femmine di farfalle sono così “vogliose” che mangiano gli spermatozoi e svolazzano di maschio in maschio.
  • Appena ha inizio il coito, la femmina della mantide religiosa stacca la testa al maschio e la mangia.

ULTIME NOTE

  • Porcellini d’India, fenicotteri, gabbiani, vermi e alcune scimmie antropomorfe non hanno nulla contro l’omosessualità
  • Però in natura l’incesto è tabù: i parenti stretti non si accoppiano mai.
  • Lo stupro nel regno animale è raro: solo il germano reale e l’orango hanno comportamenti brutali nei confronti delle femmine.

* Le informazioni contenute in questo post hanno esclusivamente scopo informativo e non sostituiscono il parere del medico.

DIO-BALASSO


 

RICERCA SPIRITUALE = ANSIOLITICO


La pratica della cosidetta magia – chiamata dai politically correct “spiritualità” – ovvero l’insieme di atti finalizzati a un benessere interiore, non è altro che un’alternativa ai comuni ansiolitici o farmaci per ridurre i sintomi dell’ansia (agitazione, irritazione, squilibri psicofisici, disturbi del sonno, malumore, malinconia, etc.).

Ciò che inconsciamente ricerchiamo attraverso attività spirituali (alchimia, tantra, sciamanesimo, pranoterapia, reiki, vipassana, etc.) non è l’illuminazione, l’autorealizzazione, l’unione bensì la semplice e fisiologica riduzione dell’ansia. Ci raccontiamo che puntiamo a qualcosa di superiore, di più sottile, di più sublime, ma sotto sotto tutti sappiamo che non è vero. In realtà abbiamo buttato via tempo, soldi ed energia per dei seminari, libri, video. Non abbiamo il coraggio di confessarlo, sarebbe la fine della ricerca. Una mancanza di rispetto nei confronti dei nostri guru e peggio ancora del nostro “io spirituale”. Non ci accorgiamo che – mediante l’immaginazione o il pensiero magico – abbiamo edificato un “io alternativo” , una versione migliore di noi, speciale. Per sostenere questa “auto-immagine” (eretta su suggerimento di altri individui) dobbiamo necessariamente fare qualcosa di particolare (movimenti rituali) o pensare in un certo modo. Per capire che tipo di auto-immagine abbiamo creato è sufficiente fare un inventario delle proprie abitudini, rendersi conto di quali sono le azioni che vengono compiute più frequentemente, i desideri principali, i dubbi/le riflessioni/le questioni più ricorrenti. Per dare continuità a questa auto-immagine sprechiamo un mare di energia, ogni giorno. Intellettualmente è facile capire che non vale la pena dare contintuità a questa auto-immagine (a ciò che “pensiamo di essere”) eppure a livello pragmatico pochissimi individui riescono a farne a meno.

Per comprendere meglio questo discorso farò un parallelismo tra gli ansiolitici e le pratiche energetiche (comprese attività come tai chi, qi gong, yoga, etc.).

Per comodità il termine paziente equivale al termine “praticante” o ricercatore, meditante etc.

I pazienti (ovvero i praticanti) che sono diventati dipendenti dagli ansiolitici (cioè dalle attività di riequilibrio energetico)  sono quasi sempre accumunati da diverse delle seguenti caratteristiche:

  • Hanno assunto ansiolitici su prescrizioni mediche in dosi “terapeutiche” (normalmente basse) per mesi od anni. Ovvero hanno ricevuto insegnamenti da alcuni “specialisti” (guru del settore) e hanno applicato questi metodi per mesi o anni.
  • Hanno, gradualmente, sentito il bisogno di assumere ansiolitici per svolgere le normali attività quotidiane. Nel caso dei praticanti, hanno sentito il bisogno di praticare (meditare, leggere nuovi libri sul benessere dell’anima) anche durante le normali attività quotidiane o il bisogno di parlare sistematicamente in termini spirituali o energetici anche durante banali conversazioni – occasioni in cui l’interlocutore non era interessato o non ci capiva niente.
  • Hanno continuato ad assumere ansiolitici, nonostante il motivo che ne aveva in origine fatto scaturire la prescrizione fosse cessato. Hanno continuato a praticare malgrado non fosse più necessario, nonostante il problema era già risolto o avessero già ottenuto ciò che gli serviva. La mente continuava a chiedere, cercare tra una dimensione e l’altra, a sentirsi insoddisfatta, nonostante il corpo fosse già in pace, pienamente soddisfatto.
  • Hanno difficoltà a sospendere l’assunzione del farmaco, o a ridurlo. Hanno difficoltà a sospendere o ridurre la pratica.
  • Sviluppano sintomi di ansia, tra una somministrazione e l’altra, o hanno un forte desiderio di assumere la dose seguente. Diventano ansiosi se la ricetta successiva non è subito disponibile. Ovvero quando interrompono la pratica si sentono a disagio. Se non si picchiettano i chakra, se non hooponoponizzano, se non meditano almeno 20 min. al giorno, non si sentono soddisfatti. In terapia si parla di “craving” (bisogno irrefrenabile e patologico), in spiritualità si parla di avvicinamento all’auto-realizzaizone.
  • Contattano regolarmente il loro medico per ottenere ripetutamente le ricette necessarie per continuare il trattamento. Contattano regolarmente il loro insegnante per ottenere nuove risposte, guardano frequentemente i filmati di nuovi personaggi in modo da aggiungere una nuova pratica al proprio interminabile repertorio.
  • Devono avere sempre con sé il farmaco, soprattutto durante eventi stressanti. I praticanti devono sempre premunirsi, per questo il momento migliore per assumere il proprio farmaco (es. meditazione) è il mattino.
  • Possono aver aumentato la dose, rispetto a quella indicata inizialmente. In altre parole, quando il praticante supera una certa soglia – medita per 10 min. – sente il bisogno di alzare l’asticella e meditare per 20 min. In terapia è il classico fenomeno della tolleranza.

Spero che questi esempi bastino a darvi un’idea di quanto sia messa male l’umanità, soprattutto la frangia degli spirituali.

“I AM” MY WORDS?


Consideration about conceptual “I”, “fictional self”.
Where the verbal “I”, the sense of “me” is located?
How can simply communicate the conceptual “I am” in a down-earth terminology, to whom doesn’t “speak” the language of dzogchen?
An interesting support can come from neuroscience.
Let’s suppose that the conceptual “I” is a product of schooling and his roots are findible in the brain, precisely in the Broca-Wernicke’s area. If we understand that the linguistic brain section is involved in our limitated/distorted’s identification we are also motivated to pay more attention to the implications of our (or others) way of talking and thinking.
We will not be tricked by linguistic games (the main source of our confusion and delusions about many things, especially our identity).
Verbalization is the big deal, dialectic is the bound.
If we can point out that the neurotic mechanism (the auto-referential tendencies culminating in stories about a mitical “me”) are in fact a conseguences of a learning process (started in the primary school) we then can correct this misleading linguistic process by ourselves.
The localization of the “false self” is just an aid to point out a practical way to dissolve a dilemma that maybe with the mere spiritual’practice will never be solved.
It’s like Don Chisciotte: many teaching, books, forums and people talk a lot about non-self etc. without actually saying nothing important, useful or concrete.
In that sense a practitioner that doesn’t recognize this mental process will always be caught in this neuro-linguistic cheat, never be able to get rid of this deceptive pattern, even if he meditate for many lifes. His looking begins (unintentionally) from the wrong place. His is spellbound by the sound “me”, his sense of existence is associated to this word, therefore his fellings will always be unsatisfactory.
 

QUEL CHE VEDI/SENTI NON E’ REALE


QUEL CHE PERCEPISCI SENSORIALMENTE NON E’ VERO

… Da non confondere con l”EFFETTO POLITICA” dove, non importa come le labbra si muovano, si dicono sempre stronzate

TIENI LA LINGUA AL SUO POSTO


Fonte articoli:

1) http://www2.radio24.ilsole24ore.com/blog2/carbone/?p=2683

 

Tenere la lingua al suo posto!

Non si tratta solo di  un modo di dire per cercare di far stare zitte le persone pettegole o petulanti, ma un vero e proprio invito a farlo dal punto di vista fisico!

Durante il periodo di riposo e l’atto deglutito rio stesso la lingua dovrebbe occupare una posizione ben precisa. Dico “dovrebbe “ proprio perche’ spesso non e’ cosi’, e una postura linguale alterata sia a riposo che in fase dinamica puo’ dare molto problemi a diversi livelli ,come vedremo in seguito.
A riposo,la lingua deve sfiorare quello che si chiama “ spot palatino”, dietro gli incisivi centrali, una zona dove emerge il nervo naso palatino( ramo del trigemino),ricca di recettori posturali La posizione di riposo della lingua rappresenta anche il momento in cui inizia e termina ogni suo ciclo funzionale; se questa e’   anomala, generalmente si sviluppa anche una funzione anomala, che sia a carico della deglutizione o della fonazione

Come possiamo sapere se la lingua e’ al suo posto? Pronunciate la lettera “L”
La lingua dovrebbe stare, a riposo in contatto sfiorante quel punto, e comprimerlo durante la deglutizione.

Per verificare se abitualmente tenete la lingua a posto fate questa esperienza: Lasciate la lingua morbida appoggiata agli incisivi inferiori e provate a piegarvi in giu’ verificando dove arrivate con le mani tenendo le ginocchia dritte. Poi provate a farlo con la lingua posizionata correttamente, sulle rughe palatine, nel punto delle “L”…. Se vi piegate di piu’, significa che abitualmente la tenete nel posto sbagliato.

A volte la postura linguale alterata puo’ dare difetti di pronuncia,ma non sempre e la cosa non e’ per forza univoca.

Altri esercizi per allenare la lingua a stare al suo posto e per aumentare la sua propriocezione, cioe’ la consapevolezza di dove si trova,  sono
-Appoggiare il dito pollice sulle rughe palatali sentendo il punto della “L”, togliere il dito e appoggiare la lingua sulle rughe.
-Appoggiare la lingua sulle rughe e solleticarle muovendo la lingua a destra e
sinistra facendo dei piccoli movimenti (senza muovere il mento).
-Schioccare la lingua come per imitare il trotto del cavallo, senza muovere il
mento, rallentare la “corsa”, ossia il movimento, e “legare” la lingua al palato.
-Tirare fuori la lingua per toccare un bastoncino o il proprio dito senza appoggiarla ai denti o al labbro inferiore, quindi farla rientrare su richiesta e toccare con questa le rughe
palatali.
-Appoggiare la lingua sulle rughe: apro e chiudo la bocca, prima i denti poi le
labbra (senza staccare la lingua dalle rughe).

2) http://www.fisiocentermultimedica.com/it/doc-s-36-520-1-sindrome_glossoposturale.aspx

Fino a pochi anni orsono parlare di funzione linguale o di deglutizione era pura utopia. Non appena si cominciava a proporre l’argomento, l’interlocutore perdeva attenzione per il discorso o, addirittura, compariva sul suo volto una risatina trattenuta. Il motivo è semplice: nessuno ci ha mai parlato, durante il corso di studi medici, della importanza della funzione linguale.

La svolta nella conoscenza e nella accettazione della classe medica è avvenuta soltanto con la scoperta che la emergenza nel palato del nervo naso-palatino è ricchissima di esterocettori, cioè dei recettori coinvolti nel meccanismo della informazione posturale. In effetti da tempo ci chiedevamo come fosse possibile che ogni volta che, durante una visita fatta sul baropodometro o sullo scoliosometro, facevamo posizionare la lingua in un punto preciso del palato, il paziente cambiava la sua situazione posturale, riducendo gli squilibri, riprogrammando l’appoggio plantare, variando l’atteggiamento della colonna.

Sì, la lingua disfunzionale interferisce con il recupero di alcune patologie trattate nei modi più svariati, ma da questo a dire che la lingua è pienamente coinvolta con la postura ce ne passa! La scoperta comunque di un ruolo della lingua nel trattamento posturale ha determinato la necessità di comprendere lo studio delle disfunzioni della deglutizione tra le materie di studio del Master in Posturologia della Università “Sapienza”.

Si è così sviluppato lo studio della rieducazione linguale come valido supporto alle varie tipologie di fisioterapia; si è valutata la capacità della lingua di influenzare il funzionamento dei recettori posturali primari dall’occhio al piede, all’apparato vestibolare, alla mandibola.

L’occhio risente delle alterazioni della deglutizione sia per quanto riguarda la motricità della muscolatura estrinseca che per quanto riguarda la capacità visiva.

il muscolo ciliare riceve la propria innervazione dal nervo ciliare che origina tra la terza e la prima vertebra cervicale. Non è certamente un caso che i primi miglioramenti durante il trattamento riabilitativo della deglutizione siano evidenti a livello del distretto cervicale.

Anche l’orecchio può risentire di una deglutizione alterata. Anche in questo caso le componenti da analizzare sono due: la funzione uditiva e quella dell’equilibrio.

Il piede risente sempre delle disfunzioni della deglutizione. Il motivo è chiarissimo. La catena muscolare antero-mediana, detta anche catena linguale, correla direttamente la lingua all’alluce; ma ogni catena muscolare ha origine o fine nel piede e lo collega con la funzionalità mandibolare, che a sua volta dipende essenzialmente dalla postura e dalla funzione linguale.

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