RAPPRESENTAZIONE DELL’AUTOCOSCIENZA (CHI SONO IO)



Quel cerchietto centrale [RESISTENZA ELETTROMAGNETICA] è ciò che sei tu.

Questa resistenza è una particolare “CONFIGURAZIONE ENERGETICA”: questa configurazione di energia consente all’energia stessa (o alla Mente Universale) di sperimentare se stessa in piccole parti, in oggetti, in esperienze, in sogni, in individui “dissociati”. Queste ENTITA’ apparentemente DISSOCIATE sono le infinite manifestazioni che percepisci ogni giorno. In poche parole tu sei una di queste multi-personalità che si sentono dissociate da Dio (da se stesse, dall’Esistenza stessa).

In pratica esisti e contemporaneamente non esisti.

La spiritualità è una via per dissolvere questa resistenza elettromagnetica. Ma non è l’unica, anche la scienza può condurre allo stesso risultato. In tal senso la vera spiritualità e scienza coincidono.

Ciò che chiami morte è l’assenza di resistenza: i contorni del tuo personaggio, prima spessi e ben definiti (tangibili e terribilmente “reali”), diventano dei tratti via via più sottili, fino a fondersi con l’oceano di energia indifferenziata.  Fino a ritornare dove ti sei sempre trovato.

Le pratiche spirituali aiutano ad accelerare la presa di coscienza di questo processo naturale ed inevitabile. Sono un mezzo per sperimentare una piccola morte in vita, un modo per anticipare qualcosa che comunque avverà spontaneamente.

Il pensiero (il giudizio) è un parametro che intensifica questa resistenza, per questo motivo molti insegnamenti suggeriscono di ridurre al minimo questa attività intellettuale.

L’Advaita (non dualità) andrebbe quindi vista in ques’ottica: un canale aperto a qualsiasi espressione di questa non-duale (indifferenziata) energia.

Vedere chiaramente (o perlomeno percepire vagamente) questa resistenza (elettromagnetica) è la chiave di tutto.

In assenza di quella resistenza sparisce ogni concetto: autocoscienza, io sono, distinzione soggetto/oggetto. Tutto svanisce e rimane solamente l’ignoto, l’insondabile, l’irriducibile, l’innominabile… ciò che in un certo senso tu sei realmente.

ILLUMINATION, REALIZATION… Bipolar Disorder Series: Hey Lisa, what is True?


 

Temple Grandin – Scene salienti dal film


 

DIO-BALASSO


 

SBARAZZARSI DELL’IMPORTANZA PERSONALE


Importante = da importare, “portare dentro”.

darsi importanza = portare (dentro di te o in altri) un’immagine e sforzarsi di trattenerla integra/attraente.

Importante è qualcuno che si sente ricordato/riconosciuto dagli altri, uno che viene portato dentro qualcun altro, cioè qualcuno che si trova nella mente o nel cuore di altre persone.

Se sei un uomo ciò che cerchi di ottenere con i tuoi comportamenti è portare la tua immagine nella mente di una donna e far in modo che quell’immagine si fissi nel suo inconscio. L’atto di fissare un’immagine nella mente si chiama “impressionare”.  Ciò che tutti vogliamo è lasciare “impressioni” positive negli altri, incrementare queste buone impressioni e contemporaneamente minimizzare le impressioni negative.

Appena qualcuno mi vede, mi saluta o mi sorride mi sento importante perché so che la mia immagine si è impressa positivamente nella mente dell’altra persona. Se invece  – qualcuno che conosco – non mi parla (non riconosce la mia immagine), ecco che mi sento emozionalmente a disagio, mi sento infastidito perché mi percepisco poco importante (la mia immagine non risalta dentro l’altro). Siamo così maledettamente assuefatti dalle immagini e dalle impressioni che incosciamente l’unica cosa che desideriamo è far risaltare la nostra immagine nella mente degli altri cosicché quando ci vedranno gli si illumineranno gli occhi, ci accoglieranno a braccia aperte, in tripudio, ogni giorno in ogni circostanza.

Quando invece qualcuno rimane totalmente indifferente a noi ecco che ci rimaniamo male. La nostra auto-immagine non è stata validata da una parola formale o peggio ancora non mi hanno degnato neanche di uno sguardo. Se analizzi il comportamento dei tuoi amici noterai che spesso la comunicazione è caratterizzata e regolata da una quantità smisurata di smorfie inutili mediante le quali si valuta una serie di immagini (un viso, un corpo, un oggetto). E’ raro trovare qualcuno che ti guarda impassibile senza farsi scappare un mezzo sorriso di circostanza: che sia il barista, la commessa, il vicino di casa o anche un perfetto sconosciuto. Il (falso) sorrisetto di circostanza è quasi diventato un obbligo sociale. Se non lo fai si preoccupano – oppure ti licenziano. Al di là dell’ambito lavorativo, ciò che preoccupa – ciò che infastidisce – è il fatto che non hai dato valore alla loro immagine.

Appena una persona non si “crede!” più dentro la vita di qualcun altro ecco che si sente poco importante.

Da un punto di vista più ampio nessuno è davvero importante. L’importanza non è un dato di fatto ma è solo una percezione soggettiva derivata da una simulazione sociale. Una volta eri importante se la tua “immagine” veniva riportata in televisione o sui giornali. Al giorno d’oggi essere (o meglio credersi e quindi sentirsi) importanti significa trasportare una propria immagine virtuale – e quindi “trovarsi dentro”  una mente individuale (fidanzato, moglie) o collettiva (internet, youtube, facebook, whatsapp).

Questo è il metro di misura dell’importanza: la collocazione di un’immagine virtuale. Questo significa che anche la tua percezione di importanza è puramente virtuale. La cosa interessante è che l’autostima dipende da questa percezione virtuale – dalla percezione d’importanza personale. Ma se l’importanza è un fattore puramente fittizio, fittizia la deve logicamente essere anche l’autostima – che appunto non è altro che una vaga stima, cioè un valore arbitrario per niente attendibile o realistico, che generalmente diamo a noi stessi.

In poche parole ti sto dando una super notizia: non devi più dare importanza alla percezione che hai di te, puoi fregartene dell’autostima, puoi andare oltre il sistema di valori in cui hai creduto, sistema che dipende esclusivamente dalla collocazione della tua immagine.

Rifletti su questo: se la tua immagine non fosse riconosciuta da nessuno, cioè se tu fossi considerato da tutti come un perfetto sconosciuto (un non-io, un non-Giovanni), ti preoccuperesti ancora di cosa pensano gli altri di te, cioè di Giovanni?

No!

Giovanni (la tua auto-immagine) non ti riguarda più, per cui qualsiasi opinione su Giovanni sarà insignificante.

Inoltre non avresti più il peso del mantenere una buona immagine di te, cioè non dovresti più sostenere il tuo ritratto sociale attraverso tipici schemi di comportamento. Qualsiasi tuo comportamento  -anche i più estremi o peccaminosi – è ok.

Immagina che il mondo sia un museo d’arte e le persone siano gli oggetti in esposizione. Ogni individuo tiene davanti a sé un quadro con un ritratto personale. Supponiamo che la tua auto-immagine ti ritrae sorridente, allegro, disinvolto. Ogni volta che interagisci con gli altri stai portando questo ritratto in giro per il mondo. Quando invece sei per i fatti tuoi puoi posare quel ritratto, rilassarti (sentirti davvero bene) e comportarti come ti pare.

Forse non te ne accorgi, ma è tutta la vita che stai facendo degli sforzi immani per non far cadere questo ritratto ideale. Se dovesse rompersi, rovineresti l’autoimmagine che hai costruito negli anni e di conseguenza gli altri (i critici d’arte) svaluterebbero la tua identità artistica (immaginaria).

Quel che ti sto consigliando è distruggere il ritratto prodotto da te o dagli altri.

Devi accorgerti che la percezione che hai di te stesso non conta un fico secco, ovvero non altera ciò che sei realmente ma soprattutto non migliora la qualità della tua vita.

E’ meglio vivere serenamente e risultare antipatici a mezzo mondo che risultare simpatici al mondo intero ma vivere nell’ansia continua.
.

Il rimedio per non dover più sostenere il ritratto personale e per non portarsi dentro immagini indesiderate ( cioè per rendere innocui e insignificanti tutti i pensieri fastidiosi) consiste nel togliere qualsiasi valore alla propria immagine, cioè non darsi più importanza!

Un’indicazione pratica è questa: Imparare a non modificare le impressioni negative, evitare la brutta abitudine di creare freneticamente impressioni positive negli altri.

Cancellare il database o l’archivio di immagini mentali non è possibile, però è possibile assegnare un differente valore a quei dati che circolano nel cervello. Più basso è il valore che siamo in grado di assegnare alle immagini interiori (pensieri/opinioni personali) o esteriori (opinioni altrui), minore sarà il loro impatto su di noi.

Se nel tuo database mentale non c’è nessuna immagine speciale/significativa, niente/nessuno è importante (vitale)

Non c’è riconoscenza “formale/convenzionale”.

Diventi divinamente irriverente (non provi riverenza, sentimento di profondo rispetto/ossequio nei confronti di qualcuno). L’irriverenza è una sensazione a dir poco favolosa.

In primis sei irriverente nei confronti della tua identità e poi nei confronti delle altre identità.

Quest’irriverenza è ciò che ucciderà l’ego ovvero il senso di importanza personale.

RICERCA SPIRITUALE = ANSIOLITICO


La pratica della cosidetta magia – chiamata dai politically correct “spiritualità” – ovvero l’insieme di atti finalizzati a un benessere interiore, non è altro che un’alternativa ai comuni ansiolitici o farmaci per ridurre i sintomi dell’ansia (agitazione, irritazione, squilibri psicofisici, disturbi del sonno, malumore, malinconia, etc.).

Ciò che inconsciamente ricerchiamo attraverso attività spirituali (alchimia, tantra, sciamanesimo, pranoterapia, reiki, vipassana, etc.) non è l’illuminazione, l’autorealizzazione, l’unione bensì la semplice e fisiologica riduzione dell’ansia. Ci raccontiamo che puntiamo a qualcosa di superiore, di più sottile, di più sublime, ma sotto sotto tutti sappiamo che non è vero. In realtà abbiamo buttato via tempo, soldi ed energia per dei seminari, libri, video. Non abbiamo il coraggio di confessarlo, sarebbe la fine della ricerca. Una mancanza di rispetto nei confronti dei nostri guru e peggio ancora del nostro “io spirituale”. Non ci accorgiamo che – mediante l’immaginazione o il pensiero magico – abbiamo edificato un “io alternativo” , una versione migliore di noi, speciale. Per sostenere questa “auto-immagine” (eretta su suggerimento di altri individui) dobbiamo necessariamente fare qualcosa di particolare (movimenti rituali) o pensare in un certo modo. Per capire che tipo di auto-immagine abbiamo creato è sufficiente fare un inventario delle proprie abitudini, rendersi conto di quali sono le azioni che vengono compiute più frequentemente, i desideri principali, i dubbi/le riflessioni/le questioni più ricorrenti. Per dare continuità a questa auto-immagine sprechiamo un mare di energia, ogni giorno. Intellettualmente è facile capire che non vale la pena dare contintuità a questa auto-immagine (a ciò che “pensiamo di essere”) eppure a livello pragmatico pochissimi individui riescono a farne a meno.

Per comprendere meglio questo discorso farò un parallelismo tra gli ansiolitici e le pratiche energetiche (comprese attività come tai chi, qi gong, yoga, etc.).

Per comodità il termine paziente equivale al termine “praticante” o ricercatore, meditante etc.

I pazienti (ovvero i praticanti) che sono diventati dipendenti dagli ansiolitici (cioè dalle attività di riequilibrio energetico)  sono quasi sempre accumunati da diverse delle seguenti caratteristiche:

  • Hanno assunto ansiolitici su prescrizioni mediche in dosi “terapeutiche” (normalmente basse) per mesi od anni. Ovvero hanno ricevuto insegnamenti da alcuni “specialisti” (guru del settore) e hanno applicato questi metodi per mesi o anni.
  • Hanno, gradualmente, sentito il bisogno di assumere ansiolitici per svolgere le normali attività quotidiane. Nel caso dei praticanti, hanno sentito il bisogno di praticare (meditare, leggere nuovi libri sul benessere dell’anima) anche durante le normali attività quotidiane o il bisogno di parlare sistematicamente in termini spirituali o energetici anche durante banali conversazioni – occasioni in cui l’interlocutore non era interessato o non ci capiva niente.
  • Hanno continuato ad assumere ansiolitici, nonostante il motivo che ne aveva in origine fatto scaturire la prescrizione fosse cessato. Hanno continuato a praticare malgrado non fosse più necessario, nonostante il problema era già risolto o avessero già ottenuto ciò che gli serviva. La mente continuava a chiedere, cercare tra una dimensione e l’altra, a sentirsi insoddisfatta, nonostante il corpo fosse già in pace, pienamente soddisfatto.
  • Hanno difficoltà a sospendere l’assunzione del farmaco, o a ridurlo. Hanno difficoltà a sospendere o ridurre la pratica.
  • Sviluppano sintomi di ansia, tra una somministrazione e l’altra, o hanno un forte desiderio di assumere la dose seguente. Diventano ansiosi se la ricetta successiva non è subito disponibile. Ovvero quando interrompono la pratica si sentono a disagio. Se non si picchiettano i chakra, se non hooponoponizzano, se non meditano almeno 20 min. al giorno, non si sentono soddisfatti. In terapia si parla di “craving” (bisogno irrefrenabile e patologico), in spiritualità si parla di avvicinamento all’auto-realizzaizone.
  • Contattano regolarmente il loro medico per ottenere ripetutamente le ricette necessarie per continuare il trattamento. Contattano regolarmente il loro insegnante per ottenere nuove risposte, guardano frequentemente i filmati di nuovi personaggi in modo da aggiungere una nuova pratica al proprio interminabile repertorio.
  • Devono avere sempre con sé il farmaco, soprattutto durante eventi stressanti. I praticanti devono sempre premunirsi, per questo il momento migliore per assumere il proprio farmaco (es. meditazione) è il mattino.
  • Possono aver aumentato la dose, rispetto a quella indicata inizialmente. In altre parole, quando il praticante supera una certa soglia – medita per 10 min. – sente il bisogno di alzare l’asticella e meditare per 20 min. In terapia è il classico fenomeno della tolleranza.

Spero che questi esempi bastino a darvi un’idea di quanto sia messa male l’umanità, soprattutto la frangia degli spirituali.

“I AM” MY WORDS?


Consideration about conceptual “I”, “fictional self”.
Where the verbal “I”, the sense of “me” is located?
How can simply communicate the conceptual “I am” in a down-earth terminology, to whom doesn’t “speak” the language of dzogchen?
An interesting support can come from neuroscience.
Let’s suppose that the conceptual “I” is a product of schooling and his roots are findible in the brain, precisely in the Broca-Wernicke’s area. If we understand that the linguistic brain section is involved in our limitated/distorted’s identification we are also motivated to pay more attention to the implications of our (or others) way of talking and thinking.
We will not be tricked by linguistic games (the main source of our confusion and delusions about many things, especially our identity).
Verbalization is the big deal, dialectic is the bound.
If we can point out that the neurotic mechanism (the auto-referential tendencies culminating in stories about a mitical “me”) are in fact a conseguences of a learning process (started in the primary school) we then can correct this misleading linguistic process by ourselves.
The localization of the “false self” is just an aid to point out a practical way to dissolve a dilemma that maybe with the mere spiritual’practice will never be solved.
It’s like Don Chisciotte: many teaching, books, forums and people talk a lot about non-self etc. without actually saying nothing important, useful or concrete.
In that sense a practitioner that doesn’t recognize this mental process will always be caught in this neuro-linguistic cheat, never be able to get rid of this deceptive pattern, even if he meditate for many lifes. His looking begins (unintentionally) from the wrong place. His is spellbound by the sound “me”, his sense of existence is associated to this word, therefore his fellings will always be unsatisfactory.
 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: