IL MIO FORUM


Menti libere,

ho appena aperto un forum dove potete liberamente interagire, condividere, chiedere quel che vi pare [in ambito di crescita interiore, auto-aiuto, ricerca spirituale e compagnia bella…]

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ego = bastoncino d’incenso, più si consuma, più emana la sua fragranza


Per consumare il bastoncino dell’ego occorre una fonte di calore.

Questo fuoco può essere una pratica spirituale (meditazione vipassana) oppure una non-pratica (abnegazione, abbandono, silenzio, assenza di pensieri).

Una volta appicciato il fuoco, il processo di “autocombustione/illuminazione” procede da sé… allora non sarà più necessario alimentare quel fuoco, l’ego-bastoncino emanerà automaticamente il profumo.

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Garcia dentro il sogno


 



COMMENTO:

ottima analogia, la più classica e anche una delle migliori.
l’unico dilemma che rimane è questo:
siamo sicuri che il sognatore (coscienza, sé superiore) non sia a sua volta un personaggio sognato da un altro sognatore – e così via, all’infinito?
chi stabilisce la linea di demarcazione tra sogno e realtà? Chi ha detto che l’illuminazione non sia un’altra esperienza onirica?

Un messagio di fondo di molti seri ricercatori è che di per sé tutte le esperienze sono oniriche (cangianti, impermanenti, piene di illusioni ottiche/sensoriali). La realtà è “definibile” come una non-esperienza (qualcosa di impermanente, immutabile, inconoscibile tramite i sensi, cioè non percepibile dal corpo, ma se non è percepibile ovviamente significa che…). Non è frutto di un’esperienza di risveglio e l’illuminazione (altra esperienza del sognatore) non può condurre al reale, è solo un’altra transizione verso un’altra zona del mondo onirico.
Insomma si rischia di confondere la crescita personale – dell’IO-SOCIALE (qualcosa che segue un percorso lineare e progressivo all’interno del sistema artificiale – società umana) con il percorso cosiddetto spirituale (qualcosa che ha ben poco di lineare, logico che si espande ben oltre le nostre colonne d’ercole).

Il “come attrarre x, y, z”, “come superare la fobia sociale”, “come avere conversazioni grandiose”, il “come, come, COME…” può andare bene per destreggiarsi nella giungla umana, ma non commettiamo la solita leggerezza di usare quei mezzi per altri fini, tipico errore della New Age.
Il percorso spirituale è letteralmente un salto nel buio, un bungee jumping nell’ignoto, un salto nella tana del bianconiglio. Le regola di là non sono le regole di qua, anzi quasi nessuno sà cosa ci sia di là.

Il “come” non ha senso, perché è come trovarsi sulla luna, in assenza di gravità, e pretendere che le leggi fisiche terrestri siano valide anche lassù.
I mezzi terrestri funzionano sulla terra, non altrove. L’ultraterreno non segue le leggi terrestri. Il linguaggio umano – per quanto scientifico e filosoficamente impeccabile – rimane un mezzo terrestre, alquanto limitato e impreciso, teniamolo sempre a mente.

Sogno e realtà valgono per le nostre esperienze ordinarie, ma poi nell’ignoto queste etichette lasciano il tempo che trovano. Non ci sono punti di riferimento, un gps satellitare che ti indichi in quale galassia spunterai se salti in quel buco nero. E’ giusto riconoscere le nostre speculazioni (x nostre intendo anche quelle dei guru illuminati) per ciò che sono: solo speculazioni per sedare l’ansia dell’ignoto e mitigare i dubbi circa l’immenso mistero che ci circonda.

Il mio consiglio è di stare estremamente attenti quando ci si cimenta in tali parallelismi o per lo meno approcciarsi cum grano salis, non dando per scontato niente. Il pericolo è di ingannare se stessi e poi gli altri, creando -a propria insaputa – un gran pasticcio, sebbene le intenzioni fossero alquanto positive.

Dal mio punto di vista il termine “illuminazione spirituale” è sviante, perché presuppone che ci sia un definitivo e permanente stato di coscienza superiore, mentre – per me – tutto accade all’interno dello stesso piano di esistenza – un piano “non duale”.
Distinguere tra sognatore e sognato è ovviamente utile, però è ancora un approccio duale. Il punto che nel video non si esplicita, è che i due personaggi si trovano nello stesso sogno, si sognano a vicenda. Un’altra cosa che – dal mio modesto punto di vista – manca è il riconoscimento che nessuno si sveglia ed esce dal sogno, nessuno esce dal sogno ed entra nella realtà poiché sogno e realtà sono inscindibili, il sogno è la realtà e la realtà è il sogno. Nessuno deve svegliarsi o illuminarsi, al massimo deve vedere (riconoscere) che è già sveglio e illuminato e contemporaneamente sogna. L’energia ha la facoltà di fare tutto, anche di ingannarsi e credere di essere ciò che non è.
In questo piano di esistenza il sognare o il vegliare (realizzarsi/illuminarsi) sono esattamente la stessa cosa, anche se agli occhi dei più appaiono percettivamente come due condizioni diverse e non concomitanti.
In poche parole il tipo che dorme e il tipo che sogna sono entrambi della stessa sostanza dei sogni, tutto è della stessa sostanza, antrambi si trovano nella stessa camera, nello stesso mondo e l’uno non è più reale dell’altro… per cui l’assunto che Garcia sia sognato da pinco pallino è fuorviante. In realtà si stanno sognando a vicenda. Come l’aneddoto di Chuang tzi, dove non ricordava e non capiva se era lui a sognare la farfalla o se la farfalla stesse sognando Chuang tzi.
Al di là di questo, è vero che un’ottima tecnica (per fortuna non l’unica) per venir a capo di questo paradosso è l’osservazione tranquilla e distaccata (non coinvolta con il turbinio emozionale) di tali scenari onirici/olografici, tuttavia ribadisco che secondo me conviene sbarazzarsi dall’idea/convinzione di uno stato di illuminazione. Meglio guardare senza etichettare (formulare pensieri presi in prestito da altri “osservatori”). visto che le parole non coglieranno mai ciò che davvero sta accadendo nella realtà, è giusto avvisare i ricercatori che anche parole come “illuminazione o sogno” andrebbero prese con le pinze e – se possibile – evitare tali paroloni o rimpiazzarle con ciò che castaneda definiva “conoscenza silenziosa”, ovvero percezione diretta senza l’ausilio del Tonal. Il tonal (descrizione canonica del mondo) va bene all’inizio – è giusto uno strumento didattico divulgativo da youtube, giusto per orientarsi in un territorio sconosciuto, poi però occorre mettere da parte questa vecchia descrizione (nel nostro caso le terminologie religiose/spirituali tradizionali o i filmati sull’aldilà). Vanno bene fino a una certa soglia, superata la quale la persona dovrebbe maturare una certa esperienza, accorgersi che quel sapere (nozioni spirituali) era frutto di un altro fenomeno onirico, un’altra illusione ottica in un oceano infinito di illusioni ottiche.

DIO-BALASSO


 

RICERCA SPIRITUALE = ANSIOLITICO


La pratica della cosidetta magia – chiamata dai politically correct “spiritualità” – ovvero l’insieme di atti finalizzati a un benessere interiore, non è altro che un’alternativa ai comuni ansiolitici o farmaci per ridurre i sintomi dell’ansia (agitazione, irritazione, squilibri psicofisici, disturbi del sonno, malumore, malinconia, etc.).

Ciò che inconsciamente ricerchiamo attraverso attività spirituali (alchimia, tantra, sciamanesimo, pranoterapia, reiki, vipassana, etc.) non è l’illuminazione, l’autorealizzazione, l’unione bensì la semplice e fisiologica riduzione dell’ansia. Ci raccontiamo che puntiamo a qualcosa di superiore, di più sottile, di più sublime, ma sotto sotto tutti sappiamo che non è vero. In realtà abbiamo buttato via tempo, soldi ed energia per dei seminari, libri, video. Non abbiamo il coraggio di confessarlo, sarebbe la fine della ricerca. Una mancanza di rispetto nei confronti dei nostri guru e peggio ancora del nostro “io spirituale”. Non ci accorgiamo che – mediante l’immaginazione o il pensiero magico – abbiamo edificato un “io alternativo” , una versione migliore di noi, speciale. Per sostenere questa “auto-immagine” (eretta su suggerimento di altri individui) dobbiamo necessariamente fare qualcosa di particolare (movimenti rituali) o pensare in un certo modo. Per capire che tipo di auto-immagine abbiamo creato è sufficiente fare un inventario delle proprie abitudini, rendersi conto di quali sono le azioni che vengono compiute più frequentemente, i desideri principali, i dubbi/le riflessioni/le questioni più ricorrenti. Per dare continuità a questa auto-immagine sprechiamo un mare di energia, ogni giorno. Intellettualmente è facile capire che non vale la pena dare contintuità a questa auto-immagine (a ciò che “pensiamo di essere”) eppure a livello pragmatico pochissimi individui riescono a farne a meno.

Per comprendere meglio questo discorso farò un parallelismo tra gli ansiolitici e le pratiche energetiche (comprese attività come tai chi, qi gong, yoga, etc.).

Per comodità il termine paziente equivale al termine “praticante” o ricercatore, meditante etc.

I pazienti (ovvero i praticanti) che sono diventati dipendenti dagli ansiolitici (cioè dalle attività di riequilibrio energetico)  sono quasi sempre accumunati da diverse delle seguenti caratteristiche:

  • Hanno assunto ansiolitici su prescrizioni mediche in dosi “terapeutiche” (normalmente basse) per mesi od anni. Ovvero hanno ricevuto insegnamenti da alcuni “specialisti” (guru del settore) e hanno applicato questi metodi per mesi o anni.
  • Hanno, gradualmente, sentito il bisogno di assumere ansiolitici per svolgere le normali attività quotidiane. Nel caso dei praticanti, hanno sentito il bisogno di praticare (meditare, leggere nuovi libri sul benessere dell’anima) anche durante le normali attività quotidiane o il bisogno di parlare sistematicamente in termini spirituali o energetici anche durante banali conversazioni – occasioni in cui l’interlocutore non era interessato o non ci capiva niente.
  • Hanno continuato ad assumere ansiolitici, nonostante il motivo che ne aveva in origine fatto scaturire la prescrizione fosse cessato. Hanno continuato a praticare malgrado non fosse più necessario, nonostante il problema era già risolto o avessero già ottenuto ciò che gli serviva. La mente continuava a chiedere, cercare tra una dimensione e l’altra, a sentirsi insoddisfatta, nonostante il corpo fosse già in pace, pienamente soddisfatto.
  • Hanno difficoltà a sospendere l’assunzione del farmaco, o a ridurlo. Hanno difficoltà a sospendere o ridurre la pratica.
  • Sviluppano sintomi di ansia, tra una somministrazione e l’altra, o hanno un forte desiderio di assumere la dose seguente. Diventano ansiosi se la ricetta successiva non è subito disponibile. Ovvero quando interrompono la pratica si sentono a disagio. Se non si picchiettano i chakra, se non hooponoponizzano, se non meditano almeno 20 min. al giorno, non si sentono soddisfatti. In terapia si parla di “craving” (bisogno irrefrenabile e patologico), in spiritualità si parla di avvicinamento all’auto-realizzaizone.
  • Contattano regolarmente il loro medico per ottenere ripetutamente le ricette necessarie per continuare il trattamento. Contattano regolarmente il loro insegnante per ottenere nuove risposte, guardano frequentemente i filmati di nuovi personaggi in modo da aggiungere una nuova pratica al proprio interminabile repertorio.
  • Devono avere sempre con sé il farmaco, soprattutto durante eventi stressanti. I praticanti devono sempre premunirsi, per questo il momento migliore per assumere il proprio farmaco (es. meditazione) è il mattino.
  • Possono aver aumentato la dose, rispetto a quella indicata inizialmente. In altre parole, quando il praticante supera una certa soglia – medita per 10 min. – sente il bisogno di alzare l’asticella e meditare per 20 min. In terapia è il classico fenomeno della tolleranza.

Spero che questi esempi bastino a darvi un’idea di quanto sia messa male l’umanità, soprattutto la frangia degli spirituali.

Perchè lo fai?


A. Panatta:  maghierranti.blogspot.com

Perchè fai un percorso ‘spirituale’? Perchè cerchi quello che cerchi? Rispondi onestamente. La maggior parte di noi vedrà, se osserva con sincerità, che il pensiero primario dietro il cercare è solo e soltanto lo ‘stare meglio’ o il ‘risolvere un problema’. Ogni nuovo corso regala un’ondata di adrenalina, di emozioni positive, risuoniamo con l’autore del momento, il conferenziere del momento, e viviamo una specie di innamoramento che è tanto più forte quanto più proiettiamo su quella figura tutte le nostre mancanze e i nostri vuoti. Tutti gli innamoramenti in fondo non sono che questo. Un ego a cui manca qualcosa e che cerca di completarsi attraverso un altro ego. E per un po’ abbiamo anche quella chimica specifica dell’innamorarsi, quelle belle sensazioni. Lui è il mio guru, il mio maestro. Ho trovato ciò che cercavo. Ma in realtà non abbiamo ‘trovato’ proprio un bel niente, se non, forse un altro piccolo tassello di qualcosa che era già integralmente e inevitabilmente dentro di noi. Poi arriva la progressiva disillusione, il guru ha dei difetti come tutti i normali esseri umani, la nostra aspettativa salvifica viene progressivamente delusa nella misura in cui scopriamo un normale umano, con qualche capacità e potere magari, ma pur sempre un umano. Le pratiche non le facciamo con costanza. Non ci piacciono le pratiche, sono faticose, ripetitive, noiose e non portano nessuna di quelle esperienze meravigliose di cui abbiamo letto sui libri, nessuno dei risultati che cercavamo. E allora a livello subconscio perdiamo interesse, e cambiamo percorso, cerchiamo un altro maestro, un altro libro, un altra tecnica e ricominciamo tutto da capo. Di innamoramento in innamoramento, di delusione in delusione quello che facciamo è spostare la nostra attenzione su quello che verrà dopo, e sulla forte sensazione di novità. Questo è ciò che facciamo con la spiritualità, ma, in linea di massima con moltissime relazioni ivi inclusa quindi quella dell’insegnante\guru\maestro. Questa è la via dell’ego che cerca per non trovare mai, cerca per avere ‘belle sensazioni’, effetti speciali, stati di rapimento mistico ed estatico. Ma, dopo tutti questi anni ho dovuto arrendermi alla constatazione che tutti questi sono solo effetti collaterali di qualcosa di molto, molto più importante. Ed è qualcosa che non incontra nessuna popolarità, poichè stuzzica e irrita proprio il soggetto in questione. Lo dirò molto brevemente. Se non abbiamo accettato il totale sacrificio della nostra personalità, di quell’importanza personale che intossica ogni azione che facciamo, anche la più spirituale, non andremo molto lontano in quanto a crescita e a ‘risultati’. Se non c’è un lavoro sul carattere e una progressiva disintegrazione delle forme pensiero di auto-referenzialità, egocentrismo, egoismo ed eccesso di ‘me’, se non si accetta di perdonare integralmente chi sembra averci ferito, se non si toglie importanza ai propri desideri, e se non si dà battaglia momento per momento alla sensazione di essere un io col suo lato oscuro, non succederà mai assolutamente niente. Non sarà la nuova tecnica a guarirci, non sarà il nuovo guru, il nuovo risvegliato-neo-advaita, o l’ultimo maestro di Qigong o meditazione a darci ciò che cerchiamo. Ciò che cerchiamo si trova solo distruggendo le pareti della cella in cui ci siamo più o meno consciamente confinati. Questa cella è la nostra personalità, e con essa la nostra importanza personale. Questa cella è il centro da dietro le cui sbarre osserviamo il mondo. Si chiama ego, la sensazione di essere qualcuno separato da tutto il resto. Coincide con la mente, con il pensare compulsivo, con l’analisi costante, la chiacchiera continua di ‘cose spirituali’ e ahimè coincide col cercare. L’ego cerca per non trovare mai, appunto. In questo non vi è nulla di ‘male’. Tuttavia questa non sembra a mio parere essere la via d’uscita. La via d’uscita è la resa totale e incondizionata delle proprie tendenze latenti e inconsce, un lavoro meticoloso, noioso, un lavoro assolutamente poco mistico, e del tutto privo di fascino per l’ego che cerca innamoramenti e belle sensazioni. E dovremo andare anche oltre la ricerca di questi premi che pensiamo costituiscano il risultato della crescita interiore… premi come la ricchezza, il lavoro dei tuoi sogni o l’anima gemella. Chi vi ha detto che questi sarebbero stati i risultati della ricerca vi ha mentito probabilmente, e se sono stato io a dirvelo vi chiedo scusa, anche io ero vittima di questo abbaglio. Poi ho capito, dopo molto lavoro, che i ‘doni’ che pure la coscienza elargisce, non sono altro che riflessi dell’espansione della nostra consapevolezza, che non sono lo scopo del percorso, e ho potuto appurare chiaramente che non c’è nulla da aspettarsi, nulla da cercare, c’è solo una parete da demolire per allargarsi, essere sempre più coscienti e percepire una fetta di realtà più vasta, con tutto quello che ne consegue. E non fate l’errore che ho fatto io per anni, di attaccarvi al maggior potere che deriva dalla vostra espansione di coscienza, non vi attaccate a quello che sembrate ‘ricevere’. Non fate l’infantile errore di credere che Dio vi premi per gli sforzi che fate per essere buoni. A mio parere non c’è nessun Dio che vi premia perchè siete stati bravi a rinunciare all’ego, non c’è una ricompensa che qualcuno vi dona per aver neutralizzato il vostro karma negativo. Siete voi che espandendovi permettete alla coscienza (che è ciò che siete) di essere di più e che rinunciando ad attaccamenti, avversioni, opinioni e giudizi permettete all’infinito di penetrare dentro la vostra esistenza. Ma avete bisogno di rinunciare a tutto quello che credete sia un percorso spirituale, e, cosa ancora più difficile e impopolare, avete bisogno di iniziare ad amare la vita così come si presenta ai vostri occhi. So per esperienza diretta quanto questo può sembrare difficile, so quanto vi da fastidio, e quanto nella vostra testa (la testa dell’ego) siano già partite tutta una serie di eccezioni giustissime per ciascuno di voi, che raccontano perchè per voi è impossibile amare ciò che c’è in questo momento davanti a voi. Tuttavia la strada dell’equanimità è davvero l’unica, che può abbattere le mura di quella cella che ci siamo costruiti. Il vostro perchè dovrebbe gradualmente essere trasformato da “lo faccio per ottenere un risultato”, a “lo faccio perchè sono stufo, esausto di essere ‘io’ “. Io con tutti i miei desideri. Io con tutti i miei bene e male, con tutte le mie opinioni sulla realtà, sul mondo, sul risveglio e la spiritualità. Io con le mie dita puntate verso i miei persecutori e le mie braccia attorno ai miei innamoramenti, io spinto dai capricci della mia personalità. Per uscire dalla cella, questo ‘io’ deve avervi veramente stancato, nauseato, e questa nausea sarà nettamente percepibile solo, ed esclusivamente quando avrete vissuto abbastanza delusioni e quando abbastanza innamoramenti saranno naufragati nel nulla di fatto. Forse quel giorno ne avrete piene le scatole, vi arrenderete del tutto alla vita così com’è e smetterete di investire la vostra ‘ricerca’ di aspettative infantili. E forse quel giorno le pareti della cella crolleranno con un fragoroso rumore lasciandovi attoniti di fronte a un nuovo stato di coscienza, un altro livello del videogioco, una dimensione più larga, sì, ma anche questa da lasciar andare.

QUAL E’ IL MIGLIOR INSEGNAMENTO?


QUAL E’ IL MIGLIOR METODO?

IL TUO ! (Forse)

Supponi che i metodi e i modelli siano come delle scarpe.

Il Buddha indossava un paio di scarpe che gli consentivano di camminare bene. Queste scarpe sono state chiamate “Buddhismo” e miliardi di persone stanno tuttora cercando di indossare le scarpe del Buddha sperando di sentirsi bene (raggiungere la pace dei sensi). Ovviamente i tuoi piedi non sono come quelli del Buddha, il tuo metodo – il tuo stile di vita, la tua pratica – cioè le scarpe appropriate a te sono diverse. Sembra banale eppure molti indossano le scarpe degli altri e sperano così di sentirsi meglio. E poi magari danno la colpa ad altri.

Cristo aveva un altro paio di scarpe (un altro tipo di insegnamento) e ad oggi miliardi di altri fenomeni ambulanti provano ad indossare le sue scarpe sperando nel “miracolo”.

Gurdjieff, Don Juan, Krishna  o un famoso pinco pallino qualsiasi indossava altre scarpe  – le aveva create da(l) Sé – ma poi sembrerebbe che le abbia vendute ad altri o meglio altri hanno voluto replicare quelle scarpe e camminare come i loro idoli.

Pensa a tutti i libri di auto-aiuto che hai letto e a come anche tu sei caduto in questo trabocchetto.

In parte è colpa degli autori stessi che promettono risultati strabilianti con titoli del tipo “come vivere felici e contenti in tre semplici mosse…”, ma per il resto la responsabilità è di chi compra e si beve quel che legge/ascolta da questi personaggi.

In tale ottica Buddha o Cristo stessi -sempre che siano esistiti – hanno errato nella loro missione fin dall’inizio, cioè nel momento stesso in cui si sono messi a raccattare discepoli che diffondessero la loro parola o la parola di Dio. Col senno di poi – osservando imparzialmente la storia – questi “personaggi” hanno contribuito più in peggio che in meglio. Basti pensare ai conflitti  (non ancora terminati) che si portano avanti per difendere una marca di scarpe (cristianesimo) contro un altra marca (islam).

Un vero saggio si sarebbe subito accorto della condizione dell’umano medio e sicuramente avrebbe evitato di “farsi un nome” allo scopo di insegnare come vivere in pace. Già l’idea che l’amore, la consapevolezza, la compassione vadano insegnante con un “metodo preciso” la dice lunga su quanto siamo superficiali.

L’unico che forse poteva salvarsi la faccia, cioè che sembrerebbe essere stato coerente con se stesso- era (in teoria) Lao tzu. Il libro a lui attribuito era cominciato bene – “Il Tao che puoi nominare non è l’eterno Tao”.  Peccato che poi si sia dilungato con 80 capitoli nel descrivere l’indescrivibile Tao. E comunque già nominare “l’innominabile” come “Tao” è un controsenso. Al di là di questo, lui sembra essere l’unico che non è andato in giro a fare miracoli e soprattutto a “suggerire” le sue scarpe agli altri. Anzi la prima cosa che ha fatto è stato licenziarsi, uscire dall’ufficio e imboscarsi nel nulla. Sembra che abbia scritto soltanto per accontentare le richieste di un tizio. Ma sopra ogni cosa non voleva discepoli. Si era solo divertito nello scrivere qualche strofa e stop. Tra l’altro non professava sentieri, esaltava poteri taumaturgici, non imponeva regole monastiche. Era troppo consapevole del fatto che ognuno deve indossare le “proprie” scarpe per suggerire agli altri le tecniche “giuste”, visualizzazioni, preghiere o mantra speciali.

Che scarpe stai indossando?

Quelle con la marca “Steiner, Krishnamurti, Tony Robbins, Castaneda, Roberto Re, Katie Byron?”

Se sono strette, se ti danno troppo fastidio (come è ovvio e naturale che sia) sappi che stai indossando quelle sbagliate. Fossi in te non aspetterei altri 10 anni prima di togliermele. Levatele subito di dosso e sentirai un sollievo incredibile.

Ecco come devi tradurre gli le frasi spirituali:

“come entrare nel qui ed ora” = “come non accorgersi che sei sempre nel qui-ora”

“come essere te stesso” = “come essere qualcun altro”

“come essere felice” = come essere infelice

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