STATO NATURALE – UG Krishnamurti

Un personaggio molto interessante è UG Krishnamurti (non Jiddu K.).
Lui parlava dello “stato naturale” come la condizione di defualt di ogni organismo, condizione in cui la coscienza (vita?) si esprime liberamente e nel migliore dei modi, cioè sotto forma di ineccepibile intelligenza.
Ciò che altri chiamano illuminazione (concetto da lui aspramente rifiutato) per lui era una “calamità”. Una trasformazione biologica imprevedibile ed estremamente sgradevole, ma soprattutto un’esperienza assolutamente involontaria, un colpo di scena che ti colpisce all’improvviso – non perché hai accumulato meriti in seguito ad opere straordinarie. E’ come una folgorazione, vieni fulminato senza un perché, il sistema nervoso si resetta e tutta la vecchia conoscenza (identità costruita negli anni) si dissipa in un nanosecondo, lasciandoti per alcuni istanti (anche giorni) in stato catatonico. Nulla a che fare con aggrazianti visioni luminose o incontri angelici. In seguito a questa calamità il suo cervello ha semplicemente smesso di porsi qualsiasi forma di domanda esistenziale. La mente formulava solo richieste basilari (dove sono le chiavi?) e per il resto della giornata era quieta/silenziosa. Si era spento la necessità di diventare qualcuno di speciale, non andava in cerca di esperienze intense, anzi non sapeva neppure chi era. Non gli interessava più “sapere” alcunché, cioè accumulare nozioni.
Non voleva più aiutare nessuno perché lo riteneva impossibile, anzi presuntuoso. Era totalmente indifferente alle pseudo-sofferenze psicologiche degli altri, cioè alle loro afflizioni immaginarie, agli atteggiamenti autocommiseranti. Se uno gli diceva di sentirsi trsite, deluso o disperato per la tal questione, lui gli voltava semplicemente le spalle, non voleva ascoltare i loro interminabili piagnistei.
In conclusione, dal suo punto di vista non ci sono livelli, nuovi/alterati/espansi stati di coscienza, niente da trascendere o trasalire. Per lui la maggioranza di questi concetti (soprattutto karma) sono frutto di un meccanismo di autosabotaggio mentale, propugnato da millenni non solo in ambito spirituale.
Ad es. se faccio credere alla tua mente che sei in “Debito” con me ti sentirai in bisogno di “riparare, rimediare, ripagare” tale debito. In tal senso debito karmico o finanziario sono la stessa cosa; concetti per manipolare la psiche altrui.
Oltre a ciò asseriva che non possiamo conoscere l’esperienza e neppure esserne testimoni. Al massimo possiamo tradurre (concettualizzare) qualche nuova sensazione in qualcosa di “familiare” ma questo qualcosa di concettualizzato non corrisponderà mai alla pura esperienza, in tal senso è inutile continuare a voler “comunicare” l’esperienza personale a qualcun altro. Non si possono comunicare esperienze banali come il sapore del pepe figuriamoci le epserienze più profonde. Lo strumento che utilizziamo – il pensiero o alfabeto – è inappropriato per ovvie ragioni. Questo strumento va bene per raggiungere un obiettivo terra a terra, come andare da A a B, ma per il resto (indagare “Chi sono io?” o trasmettere il sapore del pepe) non potrà mai tornare utile.
Al contrario di altri personaggio che sembra volessero convincere gli altri – o loro stessi – che quella fosse la verità, per lui non c’è bisogno di comunicare la verità (quale verità?) e nemmeno di aiutare altri a trovarla. E’ arrogante il solo tentativo di metterti in testa il concetto di verità. Per lui Buddha, Cristo, Osho hanno fallito miseramente o forse hanno peggiorato le cose creando ultetiori illusioni, una su tutte l’idea di una pace perfetta, eterna (a cui inevitabilmente l’umano di turno tenderà).
Insomma UG butta nel WC ogni conoscenza, senza distinzioni tra mistico e profano. La coscienza/vita non non ne ha mai avuto bisogno.

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