NON SFORZARTI PIU’ DI CAPIRE NULLA E COMPRENDERAI TUTTO

Email con un amico a proposito delle radicali esperienze spirituali:

” Ritengo che nella maggior parte dei casi sia una sorta di euforia indotta da forze di causa maggiore.

La chiamano shaktipat, discesa della potenza divina.

Shock positivo è una definizione azzeccata del processo. E’ un incidente fortunato dal quale ne puoi uscire rinsavito, guarito o immune alle afflizioni che comunemente colpiscono il corpo o la mente umana; alcuni ricevono siddhi, chiaroveggenza, etc.

Quel che manca a numerosi personaggi fulminati dalla Grazia divina è l’equanimità, una visione chiara, realistica e imparziale o come scrivi tu una piena comprensione dei meccanismi sottostanti quei fenomeni.

Nonostante ciò adoro la semplicità dei maestri anonimi oppure la dotta ignoranza di coloro che – quasi fossero muti, ciechi e impotenti – si lasciano trascinare dalle mani pulsanti del sommo bene – senza mai opporvisi fisicamente o intellettualmente: probabilmente manca in loro una conoscenza approfondita di quel che gli sta accadendo eppure alcuni mi danno la sensazione di soave genuinità.

Il loro intelletto sembra assente, l’attività mentale ordinaria quasi sospesa, come in catatonia. Mi vien in mente ramana maharsi il quale passò molti anni in completo silenzio, quasi in coma: lo dovevano persino imboccare perché la sua volontà era praticamente inesistente. Malgrado questa apatia esteriore, dentro di lui fermentava lo spirito. Interiormente sentiva una beatitudine incommensurabile e indescrivibile.

Ecco, credo che di fronte a questa beatitudine anche la capacità di comprensione rimanga interdetta: vi è come un divieto, una soglia oltre la quale l’intelletto non può avanzare e forse non gli conviene, pena il delirio.

Ammetto che questo sembra contraddire l’affermazione iniziale sulla piena comprensione dei fenomeni. Credo che sia un meraviglioso paradosso risolvibile con un chiarimento: piena comprensione è sinonimo di pura percezione – scevra da filtri intellettuali.

Il termine illusione significa in-ludere: “in” = dentro + “ludere” = gioco

Maya “gioca dentro” ciascuno di noi [o forse si prende gioco di noi] mescolando e sovrapponendo infiniti significati, alterando le percezioni soggettive , provocando impressioni individuali e collettive che confondiamo per realtà assoluta, stabilendo leggi fisiche e poi stravolgendo quelle stesse leggi che in precedenza sembravano inviolabili.

Come può la mente razionale giungere a una comprensione in questo marasma di buchi neri, apparizioni-sparizioni, guarigioni o illuminazioni spontanee?

E’ stupefacente la genialità di questa giocherellona cosmica!

Più che comprenderla ci conviene contemplarla, guardarla lucidamente, lasciare che si diverta a intrattenere la psiche delle creature.

I latini dicevano “ab uno disce omnes”, cioè da un avvenimento puoi capire tutti gli altri. In quest’ottica forse la piena comprensione non è necessaria: una volta che ti rendi conto che le regole dell’esistenza vengono inventate sul momento e stravolte il momento successivo, lasci perdere spontaneamente ogni sforzo di razionalizzare qualsiasi evento.

Personalmente è un sollievo non dovermi più spremere le meningi in cerca di significati occulti, leggi metafisiche e straordinarie sincronicità nascoste dietro qualsiasi accadimento, anche il più banale.

Semplicemente non mi metto più a interpretare niente!

Rido, mi meraviglio e STOP… ma di certo non ci ricamo discussioni sopra.

Se si mostrasse Cristo davanti a casa mia non mi scomporrei più di tanto, al massimo lo considererei una simpatica proiezione olografica. Non andrei in giro a raccontare a tutti quel che ho visto. Evito di alimentare quel che alcuni chiamano il demone della dialettica.

Questo atteggiamento (alla portata di tutti) è un favoloso alleggerimento da un sacco di processi mentali (emozioni, aspettative e desideri) che appesantiscono il viaggio della coscienza.

Tutto accade da Sé!

Senza un “perché” metafisico. Appare e scompare. Fine della storia.

Dovremmo imparare ad accogliere quel che appare (il nascituro) e salutare ciò che scompare (morente). Tutto qui. Questo dovrebbe essere l’unico esercizio intellettuale o spirituale.

Nel frattempo, tra un’accoglienza e un commiato, tra un incontro sentimentale e un addio occorre evitare di intellettualizzare l’accaduto, smetterla di attribuire un senso.

Abituiamoci a goderci lo spettacolo smettendola di fare i saccenti opinionisti. La cronaca verbale (tradizioni sacre comprese) produce più caos e sofferenza che altro, poiché spesso distorce ciò che la nostra anima è in grado di percepire direttamente e nitidamente – senza l’ausilio di un’afabeto segreto.

Se hai la dimostrazione di trovarti in un sogno o in un mondo olografico, non ti servono più altre esperienze – praticare, meditare, confrontarti con altri ricercatori, analizzare libri, fare seminari, etc.

Se hai percepito il senso di quell’unica esperienza hai compreso tutto il resto. E’ una verità auto-evidente,  non devi ribadirla mille volte a te stesso o a tutti quelli che conosci. I nostri sensi sono molto più intelligenti di quanto il nostro intelletto non creda. In un certo senso i sensi sanno già tutto, dovremmo solo imparare ad ascoltarli di più e a far tacere il cicerone mentale.

In pratica non puoi non comprendere.

Sarebbe carino se a scuola instaurassero un periodo di vacanza dallo sforzo di comprendere, una pausa di 10 o 11 mesi in cui gli alunni dimenticano quel che hanno artificialmente appreso oppure in cui non si sforzano di capire il mondo ma semplicemente lo percepiscono naturalmente, apprendono da soli ad apprendere. Si accorgerebbero che la comprensione è un processo  immediato/ininterrotto/spontaneo, che non ha bisogno di intermediatori culturali.

Perché mai l’illuminazione o il risveglio della coscienza dovrebbe essere qualcosa di diverso dal normale processo di apprendimento cui il nostro organismo è sottoposto 24 ore al giorno?

Il risveglio è un processo semplice e naturale, è alla portata di chiunque. L’unico ostacolo è la dialettica artificiale con la quale costruiamo i nostri stessi ostacoli immaginari.

Casomai puoi cadere in uno stato di nescienza ( ingenua smemoratezza ), in tal caso ti basta ricordare quell’unica esperienza. Diaciamo che solitamente viviamo in uno stato di sbadataggine perenne, distrazione costante; un briciolo di attenzione in più e saremmo tutti dei buddha in carne ed ossa.

Mi vien in mente una riflessione del diario di Marco Aurelio: come sono ingenue e strane le persone che continuano a stupirsi di ciò che accade in questo mondo.”

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