STAMPELLE SPIRITUALI

di Andrea Panatta –> maghierranti.blogspot.com

Spesso usiamo la ‘spiritualità’ come una stampella a cui appoggiarci. Ci aggrappiamo con le unghie e con i denti a definizioni e concetti come Dio, karma, reincarnazione, spirito e anima, ma in realtà di questi concetti non abbiamo alcuna diretta esperienza. Sono al 90% le favole in cui crediamo. Sono i concetti che abbiamo ereditato dalla tradizione, dai testi, dai nostri guru, da chi ci ha preceduto. Questa era la loro interpretazione della realtà, questo era il loro livello di comprensione. Il nostro livello di comprensione potrebbe non avvicinarsi al loro e allora, piuttosto che tentare di sperimentare dei fenomeni, decidiamo di parlane e di trasformarli nei nostri baluardi. Ho visto centinaia di persone perdersi e stagnare dentro queste definizioni, prendendole per buone e limitando la propria vita perché il ‘guru’ aveva detto questo o quello. Io stesso per anni mi sono nutrito di questi concetti per il semplice fatto di appartenere a una scuola di pensiero o all’altra. Prima o poi però dobbiamo deciderci a lasciare queste stampelle e camminare con le nostre gambe, o non sperimenteremo mai l’intensità e non avremo mai un’esperienza genuina. Lasciare andare questi ‘concetti’ può essere difficile e molto doloroso ma non sarà mai tanto doloroso quanto il continuare a nascondere il proprio essere dietro di essi, mettendoli in bella mostra per far vedere al mondo quanto siamo spiritualmente evoluti. La conoscenza spirituale non è che un mero accumulo di informazioni, di favole da raccontare. È nella realtà che si vede poi dove siamo realmente. Nella capacità di essere pace con tutto. Nell’equanimità. Nell’armonia e nell’equilibrio che portiamo a noi stessi e agli altri intorno a noi. Nella bellezza e nell’ispirazione delle nostre azioni nel mondo. È nella capacità di rinunciare al conflitto, alla violenza, alla rabbia, all’egoismo, nei desideri, nelle parole, nelle azioni e nei commenti su facebook che vediamo dove siamo a livello evolutivo (ammesso che poi esista ‘sto livello evolutivo). Ma noi preferiamo le storie, di certo io le ho preferite per moltissimi anni. Le storie che la spiritualità ci ha raccontato possono essere state un bell’intrattenersi quando eravamo in relax, con gli amici o in quegli attimi di confusione nei quali la vita sembrava sfuggirci di mano. Ma l’essere che siamo non sa davvero che farsene di tutto quel parlare di karma e reincarnazione, di presunti inconsci e mirabili corpi sottili, quando si tratta di metterci di fronte ad una verità. L’essere è 100% pragmatico, mai teorico e tutto ciò che possiamo dirne è e sarà sempre un’approssimazione molto grossolana. “I only know what I can do” diceva Lester Levenson quando parlava ai suoi studenti, per spiegare che parlare di ciò che non si conosce è unicamente uno sfoggio dell’ego.

La domanda che ho iniziato a farmi ad un certo punto è stata “che ne sarebbe della mia ricerca se mettessi da parte tutto quello che so o credo di sapere e tenessi solo quello che ho visto e sperimentato direttamente? Aquante di queste storie potrei ancora credere ciecamente?“. E ancora: cosa posso davvero sperimentare direttamente? Come?”. Da queste domande nasce una ricerca onesta e integrale. Partendo da queste domande possiamo smetterla di raccontarci storie e cominciare a ricercare esperienze dirette e sperimentare intensità.

Forse gettando queste stampelle potremo iniziare a camminare con le nostre gambe.

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