Guardare indietro, guardare avanti. Guardare.

dal blog di Andrea Panatta: maghierranti.blogspot.com

C’è stato un momento in cui sembrava non ci fosse più futuro per me, sembrava non esserci evoluzione possibile. C’era tanto passato dietro alle spalle, talmente tanto che sembrava esserci solo quello nella mia vita. Ho guardato indietro, agli anni in cui ero più giovane. Quegli anni mi sembravano un miraggio irraggiungibile e pur tuttavia cercavo inconsciamente di tornarci, o di preservare un brandello di quell’intensità che sembrava irripetibile. Ne ho fatto un mito. E ho inseguito questo mito, inconsciamente per anni, facendo una vita che imitava malamente quella dell’adolescente,  senza nemmeno riuscirci tanto. Poi c’è stato un fatto. Qualcuno molto più saggio di me mi disse che anche se fossi tornato indietro a rivivere quel glorioso passato, anche se adesso fossi stato proiettato proprio in quel tempo e in quei luoghi che rimpiangevo, niente avrebbe mai potuto darmi quelle sensazioni così forti e limpide. Perchè non era ciò che accadeva ad essere importante. L’intensità che provavo veniva dall’assenza di passato. Allora provai a fare una cosa che avevo letto su ogni libro e che ad oggi viene ridicolizzata e messa al bando da grandi studiosi ed esperti pensatori: ho provato a stare nel presente, con quello che c’era. E non mi piaceva il presente, anzi a volte mi faceva schifo. Mi incazzavo, sbraitavo perchè il presente non era nemmeno minimamente intenso o desiderabile come il passato glorioso che ricordavo d’aver vissuto. Quindi il tizio molto saggio mi disse, guarda tutta questa opposizione al presente, guarda che succede e raccontamelo. E vidi che c’era uno dentro di me che non faceva che commentare e lamentarsi di tutto quello che accadeva. E quando succedeva condiva sempre con un: ‘ti ricordi com’era prima? Non dovremmo provare a tornarci?’. E questo me dentro di me creava strategie evasive, inventava piani e trovava scuse sempre plausibili per non fare l’unica cosa che poteva portarmi pace: stare nel presente, in maniera incondizionata. Allora il tizio molto saggio mi spiegò che rilasciare il dolore e i pensieri, nel momento in cui sorgono, nel momento stesso in cui ci si oppone poteva portarmi quell’intensità che cercavo, quindi iniziai a rilasciare come suggerito da lui. Passarono settimane, mesi. Rilasciavo in macchina durante i viaggi per frequentare la scuola di counseling, o per andare allo studio dove lavoravo. Rilasciavo ogni emozione e ogni pensiero che mi attraversava la testa, fino al punto che potevo sentire chiaramente quando una formazione psichica era sul punto di nascere e spegnerla prima che prendesse il controllo della mia attenzione. Ho fatto questo per anni.

E un giorno cominciò ad accadermi il ‘silenzio’.

Non era vuoto, non era assenza di percezione. Era una mente calma. Non era assenza totale di pensieri, era piuttosto un volare sopra di essi, abbastanza basso da vederli, abbastanza alto da non esserne invischiato. E i pensieri cominciarono a spegnersi pian piano. Con loro se ne andò anche quell’altro ‘me dentro di me’, che aveva sempre da ridire su tutto.

Durò un pò quest’assenza di pensieri, ma poi ripresero l’assalto con una furia maggiore di prima. E allora ebbi nostalgia di quando non avevo pensieri, e cominciai una crociata contro di loro sognando quel momento in futuro in cui la mente si sarebbe definitivamente fermata. Adesso non guardavo più indietro, ma avanti verso il silenzio mentale. Ma il tizio estremamente saggio (e paziente aggiungerei) mi disse: ma non lo vedi che è la stessa strategia? E’ sempre evasione da quello che c’è. Stare nel presente non significa necessariamente stare senza pensieri. Fu in quel momento che iniziai a ‘guardare’. Non guardavo più indietro. Non guardavo più avanti. Guardavo e basta. E sospesi la mia guerra con la vita così com’era, del tutto. Un giorno poi mi capitò qualcosa di molto interessante, qualcosa che ho raccontato in una introduzione a un libro che uscirà per Spazio Interiore fra qualche tempo. Stavo leggendo un libro sulla ‘coscienza’ e una frase fece da trigger per un ‘passaggio’ che non scorderò mai; iniziai a sentirmi immerso e a vedere il mondo stesso immerso in una sorta di strana luce, gentile, incolore, soffusa e pervasiva. Iniziai a sentirmi sereno, leggero, e sentìi che il senso di questo ‘guardare’ era nel ‘guardare stesso’ non nel ‘guardare qualcosa di specifico’. E anche questa pace durò un pò, qualche settimana forse, poi svanì completamente facendomi tornare lo scemo che ero prima. E allora mi riprese lo sconforto.. il tizio molto saggio se la rideva di gusto: “non lo capisci proprio eh? Pensi che quegli stati lì siano il metro di dove sei arrivato? Pensi ancora che c’è qualcosa a cui arrivare? E’ sempre la stessa strategia. Non sai stare nel presente se pensi di dover essere diverso da quello che sei!”. E’ passato qualche anno da quella esperienza, e sto ancora cercando una strategia per farla riaccadere. Chissà adesso come riderebbe di me il tizio molto saggio.

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