Sul presente, sull’attenzione e su Atma-vichara

di Andrea Panatta, dal suo blog ‘http://maghierranti.blogspot.it’

Il ‘presente’ è quella cosa curiosa di cui tutti stanno parlando e che sfugge costantemente a una possibile definizione, il punto focale attorno al quale ruota tutta una serie di insegnamenti, di storie che ci vengono raccontate sulla ‘spiritualità’. Il presente si trova dirigendo lo strumento più importante che abbiamo, l’attenzione, su ciò che c’è in questo momento. Per me, al momento, l’attenzione è la più importante delle nostre facoltà, spesso la meno sviluppata, la meno compresa. Sono cresciuto in una cultura che additava tutta l’importanza alla mente, al fermare la mente, e al controllo delle emozioni, ed io stesso ho ritenuto fondamentale capire e spiegare metodi e pratiche che cercassero di risolvere questo dilemma del come uscire dalla mente, dal pensare, dal caos incontrollato della vita psichica. Questo è andato avanti per anni fin quando non ho incontrato alcuni insegnamenti e insegnanti in carne ed ossa che derivavano da Ramana Maharshi, che è stato un genio di rara chiarezza, i quali mi hanno fatto gradualmente ‘vedere’ cosa fosse davvero questa mente a cui tutta la nostra cultura ascrive una importanza capitale, e cosa fossero davvero queste famigerate emozioni, ossessione dei nostri tempi. Dopo anni di lavoro, di studio e ruminazione, mi si è palesata una difficile verità. La mente non è che un meccanismo, così come la nostra cosiddetta personalità, e le emozioni non sono altro che espressioni fisiche di questo meccanismo. E’ un meccanismo antico certo e con milioni di piccoli meccanismi segreti, ma di suo, non ha alcuna intelligenza. Tende a replicare ciò che ha appreso ed ereditato un pò quà un pò là. Ed è curioso quanto poco valore desse Ramana a questo vasto intrico di sottoprogrammi, quanto poca attenzione ponesse su tutto ciò che era il reame della mente, e quanto invece ponesse il fuoco su quella fatidica domanda ‘chi sono io?’, domanda che costringeva le persone a fare ‘attenzione’ a questo qualcosa che chiamava se stesso io. E il metodo da lui proposto ‘atma vichara’ , l’auto-indagine, non è altro che un continuo tentativo di dirigere la propria attenzione a questo qualcosa, fino a scoprire cosa davvero è questo ‘io’. Ed è proprio l’attenzione che il presente richiede. Studiando il Qigong mi è stato poi fatto capire che l’attenzione nutre e da energia a qualsiasi cosa sulla quale essa si focalizzi. Durante i periodi di trasformazione, quando la mente si incazzava a causa di qualche lavoro che stavo facendo mi era fastidiosamente palese che se mettevo l’attenzione sul ‘casino’, identificandomici, il casino aumentava. Ma mi era fortunatamente stata insegnata questa piccola, semplice pratica, l’atto del  chiedermi ‘chi sono io?’ e dello spostare l’attenzione su quella sottile, fugace sensazione di pura presenza che aveva appreso a chiamare se stessa ‘io’. E sentendo ‘io’ ho sempre trovato solo il presente, questo flusso ininterrotto, questa vastità di esistenza che non era turbata dall’apparente disastro in cui mi capitava di trovarmi. Questa pratica era l’ossatura di quello che Lester Levenson chiamava “rilasciare”, un atto interiore nel quale cercavamo di accorgerci che al di sotto di tutta la coltre di ansie, paure, desideri smodati, attaccamenti e avversioni, c’era qualcosa che non era mai toccato da tutto questo. Questa pratica mi ha insegnato ad accorgermi del momento nel quale sorgevano un attaccamento, una avversione e in generale tutti i pensieri: sempre nel momento in cui non guardavo l’adesso. Ogni volta che mi perdevo in ricordi nostalgici, o in futuri artificiali, bastava ricordarmi di chiedermi ‘chi sono io’, e porre l’attenzione su quella flebile presenza per attutire e spegnere la sete d’altrove alla quale la mente mi sottoponeva. Ed ha funzionato. Sempre. Così ho incontrato il presente. Imparando a dirigere costantemente l’attenzione, a sottrarla dalle mille seduzioni a cui era sottoposta e riportandola costantemente qui, all’io. Man mano che lo facevo ho potuto notare come alcuni tratti disfunzionali di questo meccanismo che chiamiamo la personalità, abbiano negli anni perso intensità, fino a sparire del tutto. Altri sono sopravvissuti ma gradualmente si stanno arrendendo al fuoco dell’attenzione focalizzata.  E man mano si è fatta spazio quella sensazione di equanimità, come risultato di questo lavoro, quella sensazione di vastità, di mancanza di limiti che andando avanti si rivela il più prezioso dei consiglieri, il più amorevole degli alleati. E ho finalmente fatto pace col fatto che forse questa ‘cosa’ chiamata ego o personalità, non morirà mai davvero del tutto, e non è detto che debba farlo. Ho rinunciato all’ansia di uscirne a tutti i costi, sostituendola invece con una semplice constatazione: non è importante essere perfetti, o essere diversi da quello che si è, ma è infinitamente più importante non credere ciecamente di essere solo quello.

“Non rinunciate al karma. Non potreste farlo. Rinunciate invece all’idea di essere l’autore delle vostre azioni. Il karma continuerà automaticamente oppure vi abbandonerà. Siete sempre nel Sè, con o senza karma” 

– Ramana Maharshi-

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