Henry Le Saux incontra Hariral (Poonja)


La prima volta che incontrai Harilàl fu nella grotta di Arutpàl Tìrtham, un venerdì 13 marzo.
Erano circa le quattro del pomeriggio. Ero seduto sul mio sedile di roccia fuori dalla grot­ta, quando vidi due uomini che venivano ver­so di me lungo lo stretto passaggio che stava tra la mia grotta e la casetta di Lakshmi Devi. Si presentarono e si sedettero accanto a me. Uno di essi era tamil, ma divenne subito chia­ro che era li solo per accompagnare l’altro, for­se anche solo per trovare il mio luogo di ritiro sul fianco della Montagna. L’altro era un bra­mino del Punjab, che ora viveva al Sud a Madras o Mysore, non mi fu chiaro dove. La sua famiglia l’aveva lasciato da qualche parte nell’Uttar Pradesh, nella pianura gangetica. Egli aveva conosciuto molto bene il Mahàrshi e aveva anche vissuto a lungo presso di lui. Ora era venuto a Tiruvannamalai per due giorni e stava vicino all’àshram in una dépendance del bungalow del dottor Syed.
Questo bungalow si trovava a circa tre chi­lometri dal mio eremo e i sentieri erano diffi­cili, perciò chiesi:
— Come siete arrivati fin qui? Chi vi ha parlato di me? Chi vi ha indirizzato alla mia grotta?
— Tu mi hai chiamato – rispose guardan­domi diritto negli occhi – e sono venuto.
Al che sorrisi con aria piuttosto scettica, ma egli continuò con assoluta serietà:
— Te lo ripeto: sei tu che mi hai chiamato. Il Sé attira il Sé. Cosa altro ti aspetti?
Parlammo del Maharshi, del suo insegna­mento e dei suoi discepoli. Era perfettamente al corrente di tutto. Accanto a me c’erano al­cuni libri, compresa la Bhagavad-Gìtà e le Upanishad, dalle quali facevo volentieri delle citazioni ai miei visitatori. Infatti l’anno prece­dente avevo avuto un’esperienza con un pe­dante bramino di Tanjore che aveva abbando­nato la sua aria altera solo dopo che gli ebbi recitato tutto in un fiato i nomi delle principa­li Upanishad. Allora non avevo ancora ricevu­to l’energica lezione dell’Avadhuta di Tìrthamalaì!
Come la nostra conversazione passò dal Mahàrshi alle Scritture, presi uno dei miei li­bri per citarne un testo, dato che non ho la memoria degli indiani che sono in grado di tenere tutto a mente. Aggiunsi che avevo co­minciato a studiare un po’ di sanscrito per riu­scire a comprendere meglio questi testi.
— Ma a che serve tutto ciò? – mi chiese Harilàl bruscamente -. Tutti i tuoi libri, tutto il tempo perso a imparare le lingue! Con quale lingua si conversa con l’àtman?
Mentre cercavo di difendere il mio punto di vista, egli intervenne di nuovo:
— Poche storie! Dì fatto, a parte l’atman, cos’altro c’è? Cosi il tuo inglese, il sanscrito e il resto, che benefìcio ti danno? Servono forse a qualcosa per conversare con l’àtman, con il Sé, per parlare con te stesso? Nessuna di esse porta alcunché dì utile. L’àtman non ha nien­te a che vedere con i libri, con le lingue o con una scrittura quale che sia. Esso è e questo è tutto! Anch’io – continuò – andavo matto per la lettura, ma non ho mai imparato niente da essa. Ora non leggo più nulla, o così poco che non fa differenza. Neanche la Gita i cui versi un tempo risuonavano continuamente come musica nel mio cuore. Non medito neanche più. L’àtman non ha niente a che fare con la meditazione. Ed è lo stesso con il japa, la ri­petizione dei nomi di Dìo, con i mantra, le litanie, i bhajan e ogni tipo di preghiere de­vozionali o liriche. Naturalmente un tempo facevo uso di tutto questo, e con grande fervo­re! Certo con i miei figli lo faccio ancora tal­volta, ma è solo per il loro beneficio perché alla loro età hanno bisogno di queste cose. E un po’ come quando gioco con loro. Dopo tutto non è forse tutto solo un gioco? II lila dell’àtman, del Sé?
Non avevo mai incontrato prima un advaitin tanto convinto e sincero. Ci sono sicura­mente moltissime persone in India che parla­no dottamente dell’advaita, specialmente nel Sud e nell’ambito degli àshram, ma di solito sono i primi che corrono ai templi per offrire pujà per il successo dei loro affari o per ottene­re qualche promozione; per non parlare del terribile egocentrismo che tanto spesso si ac­compagna all’approccio intellettuale al Vedànta. Comunque Harilàl non stava forse andando troppo lontano? Non bisognerebbe forse tenere conco delle proprie debolezze? E finché non si è realizzato il Sé, è forse ragionevole comportarsi come se lo si fosse realizzato? Un giorno avevo discusso questo con un noto pro­fessore di filosofia dell’Università di Madras (T.M.P. Mahadevan ) egli stesso era un fedele discepolo del Mahàrshi, un uomo assolutamente convinto a livello razionale della verità dell’advaita, e per di più
una persona che aveva reale esperienza di vita spirituale. Ma nonostante tutto era rimasto completamente fedele ai suoi doveri cerimo­niali, visitava spesso i templi e vi offriva i pujà usuali. Secondo luì non bisognerebbe abban­donare questi riti esteriori finche non si sia ces­sato di avere coscienza della dualità (tra sé e il Sé). Quando mi mostrai sorpreso e gli ricordai gli insegnamenti di Sri Ràmana, egli ammise che al massimo, quando proprio si avvicina il tempo del «passaggio», quando devozione e preghiere diventano troppo artificiali e anche innaturali, allora – ma ovviamente solo con l’approvazione del guru ce ne possiamo astenere. Quindi reagii piuttosto vigorosamente alle osservazioni di Harilàl.
— Chi realizza o ha realizzato il Sé? – ri­spose -. Sono solo parole. L’àtman non può essere raggiunto. A parte il Sé, cos’altro esiste? Chi raggiunge il Sé se non il Sé? «Non realizza­zione» è solo una scusa che si da per cercare di fuggire dal Reale e continuare a condurre con chiara coscienza una stentata vita di preghiere, pratiche devozionali e anche ascesi, tutto certa­mente molto soddisfacente per il piccolo ego, ma di fatto totalmente inutile. E forse il sole davvero tramontato solo perché ho chiuso le imposte”? L’ostacolo fondamentale alla realiz­zazione è precisamente il pensare che questa realizzazione debba ancora venire. Certo concesse – la lettura non deve essere completa­mente rigettata. E meglio leggere che fantasti­care o chiacchierare. E meditare è ancora me­glio che leggere. Comunque è solo nel defini­tivo silenzio che 1’àtman si rivela, per cosi dire. Ma ancora una volta dobbiamo guardarci bene dal supporre che questo silenzio abbia qualcosa a che fare col pensarlo o non pensarlo. Poiché l’àtman non può essere ridotto a niente di det­to, pensato o insegnato e neanche alla negazio­ne o assenza di pensiero.
Allora dissi:
— Che dire dunque di tutti questi mer­canti di advaìta che frequentano le strade e i luoghi pubblici del nostro paese e riempiono le librerie con le loro pubblicazioni? Protesta­no più forte che possono contro coloro che diffondono le religioni occidentali e poi sono più gretti dei loro più ottusi oppositori. Essi «possiedono» la verità e chiunque non accetti il loro presunto onnicomprensivo punto di vi­sta vedantico, è ai loro occhi solo un idiota o un fanatico.
Hai perfettamente ragione – rispose Harilàl -. Non appena l’advaita è presentato come una religione, cessa di essere advaita. La verità non ha «chiesa». La verità è la verità e non può assolutamente essere trasmessa ad altri da nes­suno. La verità non ha bisogno dell’aiuto di nessuno per la sua diffusione. La verità splende di sua propria luce. Colui che afferma di pos-
sedere la verità, che l’ha ricevuta o che la può trasmettere, è uno sciocco o un ciarlatano.
Continuò facendomi domande su di me, il mio modo di vivere e come intendevo la vita spirituale.
— Anche tra la nostra stessa gente – disse alla fine – ne ho incontrati pochi come te. Poi si rivolse al suo compagno:
— Ci faresti la cortesia di lasciarci soli un momento? Dobbiamo discutere alcune cose insieme.
Dopo che il tamil se ne fu andato, conti­nuò:
— Non ti manca che una cosa: rompi gli ultimi legami che ancora ti trattengono. Sei pronto per farlo. Abbandona le tue preghiere, la tua devozione, la tua contemplazione di que­sto o quello. Comprendi che tu sei. Tat tvam asi— tu sei quello. Tu ti dici cristiano, ma ciò non ha senso al punto che hai raggiunto. Senti, lo vuoi sapere? Sono io che sono il cristiano e tu sei l’hindu. Per chiunque abbia visto il Reale non c’è né cristiano né hindu né buddhista né musulmano. C’è solo l’àtman e niente può le­gare, limitare o qualificare l’àtman. Ora parla­mi della tua esperienza spirituale.
Ancora una volta sorrisi per nascondere l’e­mozione:
— Ma come vuoi che te la racconti? Ma egli non sorrise:
— A tutti i costi devo conoscerla. Raccon­tamela come vuoi, con parole o senza, ma devi raccontarmela.
Eravamo seduti sulla roccia con le gambe incrociate uno di fronte all’altro. Non risposi. Come il silenzio si faceva più profondo chiusi gli occhi. Lui fece altrettanto e rimanemmo così a lungo. Sollevai le palpebre e lui sollevò le sue e per alcuni secondi ci fissammo l’un l’altro. Poi ancora una volta i nostri occhi si chiusero. Quando li aprii dì nuovo vidi che i suoi erano completamente spalancati e come persi nel vuoto.
— Sei un amante del silenzio – disse.
— Sei stato tu a suggerirmi di usarlo per risponderti.
— L’hai fatto in modo straordinario. Ora capisco tutto. Sei davvero pronto. Cosa aspetti?
— Pronto per cosa? Ahimè! Mi sento cosi debole quando davanti al Signore penso a co­me dovrei essere.
— Basta con queste assurdità! Smetti di parlare di differenze. Non ci sono differenze da nessuna parte. C’è solo l’atman. Dio è l’atman, il Sé di tutto ciò che è. lo sono l’àtman. Tu sei l’àtman. Solo il Sé esiste, in sé e in tutto.
— Ma come sai che sono pronto?
— Quando una donna è pronta a partorire può non esserne consapevole. Ma ogni donna che è già stata madre ne riconosce i segni senza ombra di dubbio. E lo stesso con coloro che sono vicini al risveglio, o piuttosto, il cui io è sul punto di scomparire nella luce dell’essen­ziale e unico Io. L’ho visto nei tuoi occhi que­sta mattina quando ci siamo incrociati nella via del mercato senza che tu te ne accorgessi; è stato là che mi hai chiamato.
— Parli come se tu fossi stato mandato qui espressamente per darmi questa notizia.
— Che io sia stato mandato o no, dovevo dirtelo. Ora l’ho fatto. Se non mi credi questo è affar tuo. Ma non puoi tirartene fuori. Se necessario possiamo incontrarci di nuovo per la decisione finale o forse interverrà qualcun altro, qualcuno a cui sei incapace di resistere.
— Ma se, come dici, sono cosi vicino al ri­sveglio, perché allora non mi svegli?
— Non è affatto questione di svegliare qualcuno. Chi è che dorme? Come potrebbe svegliarsi chi non ha mai dormito e non si è mai addormentato? Dormire, sognare, essere svegli, tutto questo è una questione del corpo e dei sensi che sono legati al corpo, inclusi pensieri, desideri e volontà. Sei tu forse questo corpo? Sei tu questo pensiero che hai di essere o esistere nei limiti di questo corpo? Quando sei profondamente addormentato hai ancora qualche pensiero o coscienza di esistere? E tut­tavia non esìsti anche allora? In verità non sei né questo corpo che dorme o sta sveglio, né questa mente che pensa, a volte chiaramente, a volte in maniera confusa, che svolazza den­tro di te cogliendo costantemente impressioni da ogni parte, e neanche la consapevolezza che hai, tra tutti questi pensieri, di essere – una consapevolezza che svanisce nel sonno profon­do, nel coma e con la dissoluzione del corpo. E attraverso te che viene visto e udito, è attra­verso te che viene pensato e voluto. Tu sei ciò che rimane quando niente è più visto o pensa­to, voluto o udito. Infatti è l’atman, il Sé, ciò che tu stesso, tu sei in realtà, oltre ogni appa­renza esteriore che cambia e passa. Tat tvam asi. Tu sei questo. Cosa aspetti a rendertene conto? Puoi ricordarti di quando sei nato? Puoi scoprire nella tua memoria un qualche momento che potrebbe essere stato il primo istante della tua esistenza? Hai qualche co­scienza di aver cominciato a esistere? Non esi­stevi già ben prima del tempo in cui ti ricordi che esistevi? Se il tuo essere è legato alla me­moria che tu hai di esso, allora cosa era di te nel tempo di cui non hai ricordi? Cosa ti acca­de nel momento in cui la coscienza va a dor­mire? Te lo ripeto, una cosa sola ti manca or­mai. Penetra nella guha, la grotta del tuo cuo­re, e là comprendi che TU SEI!
— La grotta del mio cuore! – esclamai -davvero cerco di rimanere là più a lungo pos­sibile. E vivere in una grotta in questa Monta­gna è per me di grandissimo aiuto. Questa grotta in cui vivo e ancor più la grotta più profonda, completamente buia nella quale mi ri­tiro per meditare, quale pace e quale indicibile gioia mi danno!
— La tua guhà di roccia è una cosa inerte. Come potrebbe procurarti pace e felicità? Non ha niente a che vedere con la pace e la gioia che tu dici di sentire quando ti ritiri in essa. Sei invece tu, nel tuo fondo, che sei la suprema pace e gioia. Sei tu che ricolmi la tua grotta di quella pace e gioia che tu stesso es­senzialmente sei nella guhà del tuo cuore. Questa beatitudine, questa ànanda, che ti ri­torna come un’eco, davvero hai l’ingenuità di credere che sia la roccia a concedertela genero­samente? Come puoi indulgere in questi sogni e rifiutarti di vedere Di fatto tu non ricevi né dai assolutamente niente, tanto meno questa shànti e questa ànanda. Tu sei ànanda, pura ànanda. E questa ànanda non può neanche più essere chiamata ànanda, perché non può essere vista o concepita o nominata. Essa sem­plicemente è.
Mentre accompagnavo Harìlàl lungo il sen­tiero che conduceva giù dalla Montagna, gli mostrai il magnifico panorama che si presen­tava davanti a noi: in primo piano la città di Tiruvannàmalai con il suo tempio e in lonta­nanza la campagna con le collinette rocciose che spuntavano dai campi e le distese incolte. Era l’ora del tramonto. Gli raccontavo lo splendore del sorgere del sole ogni mattino proprio di fronte alla mia grotta.
— Uno splendore, senza dubbio, – replicò – ma cos’è in confronto all’alba del Sé, all’oriente dell’Essere?
L’anno successivo ci incontrammo di nuo­vo, Harilàl e io, nella nostra amata Tiruvannàmalaì. Questa volta stavo con un amico in una casa vicino all’àshram. Fu là che una sera, se­duti sul tetto a terrazza alla luce della luna, mi raccontò la sua storia.
Era nato nel Punjab occidentale, la parte strappata all’India nel 1947 e che in quel pe­riodo fu scenario dì tante atrocità. Sua madre era la sorella minore di un saggio molto co­nosciuto all’inizio del secolo, noto come Ramatirtha, la cui memoria è ancora oggi molto venerata. Questi trascorse i suoi ultimi anni sull’Himàlaya e quando senti che l’ora della grande dipartita era giunta, all’età di appena trent’anni, andò semplicemente nel Gange e «spari», non lontano da Tenti.
Harilàl entrò nell’esercito come ufficiale, comunque si stancò presto di un mestiere che non gli lasciava né il tempo né la libertà di spi­rito necessari per le pratiche devozionali alle quali era abituato fin dalla più tenera infanzia. . Fin dai suoi primi anni, il pensiero di Dio era ciò che più di ogni altra cosa possedeva la sua anima. Aveva solo sei o sette anni quando sì avventurò per venti chilometri nella giungla per cercare dei sadbu che là avevano il loro ashram. Quando i suoi genitori finalmente lo tro­varono, egli diede loro questa risposta, certamente senza avere alcuna idea che fosse un’eco evangelica: «Perché venite a cercarmi invece di lasciarmi con Dìo?». Man mano che cresceva, la sua bhakti per Krishna diveniva così in­tensa da rasentare l’isteria. Arrivò al punto di indossare abiti femminili così che Krishna, scambiandolo per la sua amata Ràdhà, avesse infine pietà di lui e gli mostrasse il suo volto. Ovunque andasse ripeteva il nome del suo Si­gnore e se per strada gli capitava di udire il no­me adorato, doveva far uso di tutte le sue forze per non cadere in estasi in mezzo alla folla. Come sarebbe stato dunque possibile, nell’e­sercito, mantenere la sua vita di preghiera, me­ditazione e puja. Inoltre era tempo di guerra e la disciplina era particolarmente severa.
Chiese di essere sollevato dal suo incarico. I suoi superiori gli fecero notare la pazzìa di una tale richiesta, dato che ì suoi rapporti erano eccellenti, la sua promozione assicurata e gli si prospettava una splendida carriera. In effetti i suoi compagni, allora tutti giovani ufficiali, dopo l’indipendenza avrebbero ricoperto i più alti ruoli nell’esercito indiano. Egli tutta­via insistette e spiegò le sue ragioni all’ufficiale comandante che alla fine capì la sua posizione, appoggiò la sua richiesta e fece in modo che le sue dimissioni fossero accolte.
Tornato a casa, suo padre lo accolse dura­mente. Era già sposato e aveva tre bambini. Come pensava di farli crescere se rifiutava di far carriera? Egli in realtà non aveva mai voluto il matrimonio, ma come imponeva la tradizio­ne, poiché suo padre lo voleva e in ogni caso, a parte la sua passione per Krishna, era completamente indifferente a tutto il resto, aveva la­sciato fare.
_ Solo sua madre lo capiva ed egli aveva certa­mente bisogno dell’appoggio del suo affetto per superare quel difficile periodo. Comunque si dedicò con più fervore che mai alle sue pra­tiche devozionali allo scopo di ottenere il darshan di Krishna. Ogni qualvolta sentiva parlare di qualche «santo» dì passaggio da quelle parti, egli correva subito da lui e si gettava ai suoi piedi supplicandolo di fargli «vedere Dìo». An­che ai sàdhu che passavano da casa sua per ele­mosinare un po’ di cibo, egli rivolgeva la stessa identica richiesta ma, ahimè! sempre invano.
Un mattino se ne stava seduto in veranda quando comparve un sàdhu che aveva il fisico e ìl portamento di un indiano del Sud. Harilàl gli portò della frutta e lo invitò a sedersi men­tre sua madre gli preparava un po’ dì cibo.
— Swamijì, desidero vedere Dio – gli disse Harilàl . Per questo ho lasciato la mia carrie­ra nell’esercito e sono incorso nella collera di mio padre. Passo il tempo recitando mantra, cantando bhajan e offrendo pujà, servo i «san­ti» con profonda devozione. Ho chiesto a chis­sà quanti mahatma il segreto per ottenere il darshan di Krishna, ma è stato sempre invano. Nessuno di loro mi ha potuto aiutare. Krishna sembra non interessarsi affatto della mia ango­scia e non mi mostra alcuna pietà. Conoscete per caso qualcuno che potrebbe farmi vedere Dio? — Certo – rispose il sàdhu senza la minima esitazione -, Andate a trovare Ramana e tutti i vostri desideri saranno soddisfatti.
— Dove posso trovarlo? – disse Harilàl balzando su. Voglio correre immediatamen­te da lui!
— Vive nel Sud dell’India, a Tiruvannàmalai, a una notte di treno da Madras. Non indugiate oltre. Sarete soddisfatto… e anche di più.
Harilàl si annotò subito il nome, l’indiriz­zo, il posto e il modo per arrivare là; poi infor­mò la sua famiglia che era in partenza per il Tamil Nàdu.
Suo padre la prese male. Che ne sarà di tua moglie e dei tuoi fi­gli? È così che intendi il tuo dovere? Non ti bastava lasciare l’esercito, ora devi andartene all’altro estremo dell’India seguendo le tue pazze ricerche di avventure spirituali?
Ma il Signore è misericordioso con chi spe­ra in lui. Proprio il giorno successivo un suo amico gli mostrò sul giornale un’offerta di im­piego a Madras del tutto inaspettata, che gli andava proprio a pennello. Prese in prestito trecento rupie e partì.
Alcuni giorni dopo scese dal treno alla sta­zione di Tiruvannamalai. Come tutti i pelle­grini prese un carro trainato da buoi per farsi portare per quei tre o quattro chilometri che separavano la stazione dall’Ashram.
Trovò il Mahàrshi seduto sul suo divano nella piccola stanza, cosi poco suggestiva con tutte quelle appariscenti decorazioni, nella quale allora viveva con i suoi discepoli. Harilàl salutò e si sedette, ma dopo un po’ di tempo, in preda alla più viva agitazione, uscì fuori. Non parlò con nessuno ma chiese solo l’ora del primo treno per Madras e ordinò una vet­tura per andare alla stazione.
Era già seduto sul carro quando qualcuno lo fermò:
— Com’è che ve ne andate già via? Siete appena arrivato!
— Non sono interessato ai cosiddetti sàdhu che si prendono gioco delle persone! – re­plicò seccamente.
Il suo interlocutore Io guardò perplesso.
— Sì, – contìnuo – ho visto il vostro Bhagavan, appena due settimane fa a casa mia nel Punjab vicino a Peshawar. Gli ho dato io stes­so il bhikshà. Gli ho chiesto se conosceva qual­cuno che potesse aprirmi gli occhi e farmi ve­dere Dio. Egli ha avuto il coraggio di mandar­mi qui, a più di tremila chilometri da casa. Se fosse stato davvero capace di farmi vedere Krishna, perché non ha usato i suoi poteri mi­racolosi là in casa o almeno nella giungla vici­na? Ma passi questo. Sono arrivato qui e non mi ha detto neanche una parola o mostrato il minimo segno di avermi riconosciuto. Alme­no fosse un vero «santo»! Ma invece non c’è ombra di rosario attorno al suo collo o nella sua mano. Durante l’intera ora che ho passato di fronte a lui, non l’ho visto neanche una vol­ta sgranare la sua corona di tulasi”, non l’ho udito neanche una volta pronunciare i nomi di Krishna o Radha. E un vero ciarlatano. A che serve stare ancora qui?
— Cosa?! – rispose l’altro -. Voi state so­gnando! Ràmana è venuto da Madurai a tiruvannàmalai ben quarant’anni fa e tutti sanno che non ha mai lasciato questo posto neanche una volta.
— Comunque io stesso l’ho visto con i miei occhi a casa di mio padre nel Punjab, al­l’inizio di questo mese!
— Due settimane fa Bhagavàn era qui, po­tete chiederlo a chi volere nell’ashram, Ascol­tatemi, siate ragionevole. Dopo aver fatto un « viaggio del genere non ha senso andarsene via dopo mezza giornata. Non abbiate fretta. Sta­te qui e riposatevi per almeno due o tre giorni. Poi deciderete. Ora venite con me e vi presen­terò al sarvàdhikàri, Swàmi Niranjanànanda. Harilàl non capiva più niente – aveva so­gnato allora? Stava sognando adesso? – ma si lasciò convincere, pagò la vettura a vuoto e re­stò all’àshram.
Trascorse là qualche giorno, poi tornò a Madras per riprendere i suoi impegni. A Madras si era organizzato il tempo in modo da poter dedicare più ore possibile ai suoi esercizi
devozionali. D’altra parte tornava ogni setti­mana o almeno ogni quindici giorni a Tiruvannàmalai, poiché evidentemente il Mahàrshi esercitava su dì lui un’impressione sempre più profonda.
Un giorno era nel suo angolo per il pujà, impegnato a cantare o pregare davanti all’immagine del suo amato Krishna, quando all’im­provviso si trovò Ràmana accanto.
— Se vuoi vedere Krìshna prendi questo mantra e usalo costantemente – gli parve che dicesse, e il mantra gli fu bisbigliato nell’orec­chio.
Ripetè subito il mantra e prese a recitarlo abitualmente. Comunque continuava a nutri­re dei dubbi e così la domenica successiva comparve a Tiruvannàmalai.
— Bhagavàn, siete stato davvero voi a veni­re e a insegnarmi questo mantra. Come suo solito, l’unica risposta del Mahàrshi fu un indistinto «hhmm-hmmm».
— Bhagavàn, devo continuare a recitarlo?
— Se il tuo cuore ti dice di farlo…
Come Harilàl mi raccontò, dopo questo si mise a ripetere il famoso mantra con una tale diligenza e fervore che prese a scappare via ogni volta che vedeva qualcuno che gli si avvi­cinava per parlargli, tanta era la sua paura che le sue labbra potessero cessare anche solo per un istante di recitare la formula nella quale aveva riposto tutte le sue speranze. Alla fine un giorno il miracolo avvenne. Ogni volta che Harilàl ne parlava, avreste do­vuto vedere con quanto splendore i suoi occhi brillavano ancora, per la gioia che quella me­ravigliosa visione gli aveva procurato. Krishna era là, di fronte a lui, «realmente presente quanto lo sei tu davanti a me in questo mo­mento» un giovinetto di circa quindici anni, il cui corpo, il cui sorriso nessuna nostra paro­la potrà mai descrivere; «e nella mia anima sperimentai una gioia, aggiunse, come non l’a­vevo mai, mai sentita prima».
Il suo desiderio di una vita sì era ora realiz­zato. Dopo tanto alla fine Krishna era venuto a lui.
Nella sua visita successiva a Tiruvannàmalai, Harilàl si prostrò davanti al Mahàrshi con grande commozione.
— Per vostra grazia, Bhagavàn, ho visto Krishna!
— Oh! Cosi alla fine Krishna è arrivato?
— Sì, è arrivato e si è misericordiosamente degnato di mostrarsi a me. Che gioia!
— Poi se ne è andato?
— Naturalmente – rispose Harilai piutto­sto sorpreso.
— Ah, Ah! – fu tutto ciò che Ramana disse sorridendo.
Harilàl continuò a ripetere il suo mantra e a offrire le sue solite devozioni a Krishna con fervore ancora maggiore. Chissà? Forse un giorno Krishna poteva tornare di nuovo!
E in effetti, sempre nello stesso posto, men­tre stava offrendo fiori e incenso a Krishna, Harilàl vide una figura in piedi davanti a luì. Ma cosa era successo? Non era Krishna con il suo flauto, né Radha, l’amata dì Krishna! Da­vanti a lui c’era Rama, con l’arco in mano ac­compagnato da suo fratello Lakshmana!
Harilàl era completamente smarrito. Con­sultò i più dotti swàmi di Madras, ma nessuno potè spiegare come mai era arrivato Rama, mentre lui per tutto il tempo aveva invocato e chiamato Krishna. Non sapeva che farsene di Rama; era solo Krishna che affascinava il suo cuore. Allora perché Krishna scherzava così e si prendeva gioco di lui?
Appena potè tornò a Tiruvannàmalai.
— Bhagavàn, potete spiegarmi ciò che mi è accaduto?
E gli raccontò tutta la storia. Ramana sorri­se e disse dolcemente:
— Krishna è venuto a visitarti e poi se ne è andato. Rama ha fatto lo stesso. Perché sei in­teressato a dèi che vengono e poi se ne vanno? Vedi, japa, mantra, pujà, preghiere e rituali sono tutti eccellenti fino a un certo punto. Ma viene il tempo in cui tutto questo deve es­sere abbandonato. Devi fare un salto nell’oltre… nell’oltre tu trovi il Reale. Solo quando tutto è stato lasciato alle spalle, i deva insieme con tutto il resto, puoi trovare la visione che non ha inizio e non ha fine, la visione dell’Es­sere, del Sé. Quando Harilal si alzò, il devoto di Krishna non esisteva più. Nel fondo del suo cuore ora splendeva la visione che «non viene e non se ne va mai». Aveva desiderato di vedere Dio e Dio si era finalmente rivelato così vicino, ma così vicino che ormai era impossibile dirgli «Tu», poiché ora brillava nel più intimo e più profondo di sé.
In seguito rividi spesso Harilal. Ci eravamo intesi e capiti troppo profondamente per non approfittare di tutte le occasioni che ci veniva­no offerte per incontrarci anche fìsicamente e parlare insieme di quelle cose che erano nel cuore stesso della nostra vita e che entrambi non potevamo condividere che con pochissi­me persone.
Harilal trovava molto difficile capire come mai mi sentissi sempre legato ai rituali e gli al­tri obblighi della mia fede cristiana. «L’atman, il Sé, non è legato da niente» diceva spesso.
Ma costituivano per lui anche un proble­ma, dato che sapeva bene che non erano né pigrizia né disonestà che mi trattenevano dal percorrere il gradino finale nella libertà, per la quale riteneva che fossi «assolutamente pronto…»
Amavo soprattutto andarlo a trovare nella giungla di Mysore dove lavorava. Ogni volta che passavo da quelle parti, per esempio nell’andare a Poona o a Bombay, interrompevo sempre il mio viaggio almeno per qualche giorno per vederlo.
Dopo la sua «conversione», come mi aveva detto, era rimasto nel Sud dell’India per essere vicino al suo guru. Aveva lasciato moglie e figli al Nord, dopo averli sistemati a Lucknow per fuggire ai massacri del 1947. Lavorava solo per provvedere ai bisogni della famiglia e all’edu­cazione dei suoi figli. Mi diceva spesso quanto sarebbe stato contento di smettere di lavorare una volta che i suoi figli si fossero sposati e sistemati a loro volta. Intanto i suoi ragazzi ve­nivano ogni anno a Tiruvannàmalai durante le vacanze e Sri Ràmana aveva molto piacere di giocare con loro. Questi sarebbero stati per loro ricordi indimenticabili.
Harilal era responsabile di alcune miniere di ferro e manganese nel cuore della giungla, lontano dalla città, raggiungibili solo attraver­so strade impossibili. Viveva in una capanna di paglia vicino ai suoi operai. Certamente una meravigliosa solitudine per chi non abbia più bisogno della compagnia degli uomini, ma i suoi collaboratori non l’apprezzavano af­fatto poiché essi non conoscevano il segreto di vivere nel profondo dell’essere. Da parte sua egli confrontava con gioia la sua presente condizione con quella che sarebbe stara se, senza la sua passione per Krishna, non se ne fosse andato dall’esercito rinunciando così a tutte le prospettive di ricchezza e onore. Da quando aveva udito da Ramana le semplici parole che lo avevano trasformato, aveva scoperto che tutti i suoi desideri erano svaniti. Tuttavia si impegnava nel suo lavoro con piena efficienza e lavorava senza sosta per rendere le sue minie­re più produttive possibile e per scoprire nuo­vi e più ricchi giacimenti. Chiunque lo avesse visto camminare con gli stivali mentre ispezio­nava le sue miniere, oppure alla guida di una jeep o di un camion, difficilmente avrebbe po­tuto intuire il segreto della sua profonda vita interiore. Si divertiva soprattutto a raccontare la sorpresa di una giovane tedesca che aveva sentito parlare di lui e si aspettava di trovare un sadhu nudo o vestito di stracci, seduto im­mobile in una grotta o nascosto in qualche fìt­to recesso della foresta.
C’erano comunque delle persone che lo «ri­conoscevano» anche se non erano ancora in grado di penetrare il suo segreto. Alcuni si rendevano conto a un tratto che egli era vicino a loro, nonostante non avessero mai sentito parlare di lui prima, e allora gli scrivevano per invitarlo a «tornare», questa volta nella sua forma corporea. C’era anche un dottore bra­mino del Kannada del Nord sotto la cui tet­toia un giorno, durante un improvviso tem­porale, si era riparato con gli stivali tutti in­fangati, con indosso una giacca di pelle nera. Proprio quel giorno essi osservavano una festa in onore del loro guru assente. Harilal fu invi­tato a mangiare con loro e, nonostante le sue obiezioni, il suo abbigliamento inadatto e no­nostante ignorassero di che casta fosse, gli fu assegnato il seggio d’onore e trattato come il loro guru. In seguito questa stessa famiglia gli costruì un piccolo padiglione nel loro villag­gio, nella speranza che passasse di là ogni tan­to per dare loro il suo darshan. Si verificavano anche incontri imprevedibili, determinati da eventi insignificanti nei programmi delle varie persone, ma che per l’appunto capitavano proprio nel momento in cui l’aiuto spirituale si richiedeva. Gli scettici occidentali direbbe­ro: «puro caso», ma in India si parla piuttosto di lila del Sé che gioca in completa libertà in coloro il cui ego è svanito. Racconterò solo una storia per mostrare il suo potere di intuizione. Un mattino a Rishikesh era già seduto sull’au­tobus di Badrinath insieme con alcuni amici di Lucknow e Gonda. Improvvisamente egli scese, fece fare altrettanto agli amici e tolse il suo bagaglio. Gli altri passeggeri pensarono che fosse impazzito e glielo dissero, special­mente un sàdhu che sedeva vicino a lui. Dieci ore più tardi quello stesso autobus precipitò nel Gange da un’altezza di duecento metri.
Di tanto in tanto tornava a Tiruvannàmalai, anche se con frequenza minore da quando il Mahàrshi se ne era andato. Fu in una di queste occasioni che ci «trovammo», il sé
che chiama il sé!
Quasi tutti gli anni andava anche a Luck­now a trovare la sua famiglia e i numerosi ami­ci che non vedevano l’ora che arrivasse. La sua piccola stanza era praticamente sempre affolla­ta, come mi disse suo figlio Surendra un gior­no in cui passai anch’io di là.
Non era mai indulgente con i suoi visitatori ed era spietato nei confronti di coloro che si aggrappavano a visioni, estasi e altri simili fe­nomeni «mistici». Era molto duro soprattutto verso coloro che, dal suo punto di vista, stava­no ingannando le persone, facendole fermare alle pratiche esteriori della religione, poiché queste possono essere tanto rassicuranti per il discepolo quanto spesso ben pagate per il sedi­cente guru.
Una sera un noto medico della città fermò la macchina nello stretto vicolo sul quale dava casa sua.
— Mi dicono, signore, che possedete siddhi (poteri spirituali). E vero? Desidero vedere Dio, potete aiutarmi?
— Perché no? — rispose calmo Harilal.
— Allora…?
— Allora, se avete onestamente preparato la vostra mente possiamo occuparcene. Ma devo chiedervi di pensarci prima molto seria­mente. Questa non è una faccenda da poco e vi può condurre più in là dì quanto non cre­diate.
— Non ci sono assolutamente problemi, state tranquillo —. Poi con un sorriso d’intesa aggiunse: – Sapete, sono ben in grado di paga­re per questo!
— Davvero? – disse Harilal —. In tal caso scopriamo le carte e parliamo di affari.
— Quanto volete? – dicendo questo, il vi­sitatore trasse fuori dalla tasca il suo libretto degli assegni e lo posò sul tavolo.
— Quanto siete disposto a pagare? – fu la fredda risposta di Harilal.
— Se voi mi chiedeste un iakh (cento mila rupie), allora vi firmerei subito un assegno.
— Davvero spendereste un Iakh per que­sto?
— Si, certo; per vedere finalmente Dio fa­rei qualunque cosa!— Non vi metterebbe in difficoltà? Pensa­teci ancora un po’ prima di decidere. A dispo­nibilità economica, di fatto, come siete messo?
Quel tale cominciò a fare un po’ di conti. Proprietà, case, tìtoli, conti bancari; tutto compreso aveva a disposizione tra settanta e settantacinque lakh.
— Capisco – disse Harilal furente -. Mi state forse prendendo in giro? Dite che deside­rate vedere Dio, che è il vostro massimo desi­derio e per questo siete disposto a dare soltan­to la settantacinquesima parte dei vostri beni? Non ci si prende gioco di Dio in questo mo­do! State perdendo il vostro tempo e lo fate perdere anche a me. Non c’è ragione che re­stiate qui un minuto dì più. Buona sera!

Henry Le Saux – Ricordi di Arunachala . Ed Messagero Padova

 

Ero sempre nella grotta di Arutpàl Tìrtham quando conobbi Sundarammàl. Ella viveva da più di un mese in una piccola casa vicino a quella della Silenziosa, ma non avevo avuto modo di parlare con lei, né lei con me; ci scambiavamo semplicemente il nostro namaskàram quando ci incrociavamo sul sentiero.
Comunque un giorno mì invitò a ricevere il bhikshà a casa sua. Avvenne circa due setti­mane dopo il mio primo incontro con Harilàl, il giorno del Capodanno telegu. Dato che era dell’Andhra, in questo giorno si sentiva in do­vere di offrire il bhikshà ai «santi» della Mon­tagna. Inoltre i suoi quarantotto giorni di ritiro volgevano al termine e questo pranzo del nuovo anno era una specie di addio e un ren­dimento di grazie.
Fu così che, dopo che gli altri invitati se ne furono andati, mi raccontò la sua storia, forse ancor più meravigliosa di quella di Harilàl. Comunque il suo tamil era talmente difficile da seguire, essendo fortemente mischiato con il telegu, che avevo paura di aver capito male, così più tardi tornai a trovarla nella sua casa ai piedi della Montagna, questa volta in compa­gnia di un giovane tamil. Molto gentilmente ella ripetè la storia per l’edificazione di quel giovane,e subito dopo presi nota del suo rac­conto. E questo stesso racconto che riporto qui, solo leggermente abbreviato.
Ella apparteneva a una ricca famiglia dì Madras, di fede vaìshnava. Sposatasi in gio­vane età, secondo l’uso della sua casta, perse molto presto il marito. Come vedova conti­nuò a vivere a casa dove i suoi genitori e i suoi fratelli la ricolmavano di affetto. Non aveva ri­cevuto alcuna istruzione e solo dopo molti an­ni imparò a leggere la sua lingua madre, così che almeno fu in grado di trarre giovamento dalla lettura di libri religiosi e inni devoziona­li. A casa non aveva niente da fare, dato che i domestici si occupavano di tutto. Non usciva mai, tranne in rarissime occasioni accompa­gnata da suo padre.
Così accadde che suo padre la portò in un tempio vicino per sentire un sermone. Era il 1932, quando lei aveva circa trent’anni. L’ora­tore era un devoto di Ràmana Mahàrshi. Que­sti narrò la «conversione» del Saggio, la sua fu­ga a Tiruvannàmalai, il suo ritiro sulla Monta­gna, la sua vita santa, l’accorrere di discepoli e pellegrini attorno a lui. Sundarammàl rimase profondamente colpita. Pregò suo padre di la­sciarla andare a Tiruvannàmalai con alcune persone che volevano avere il darshan del Ma­hàrshi. Suo padre rifiutò, ma promise che pri­ma o poi l’avrebbe portata lui stesso all’àshram di Sri Ràmana.
Ma egli non mantenne la sua promessa. Sundarammàl passava le giornate pensando a Ràmana, levando a lui canti e preghiere. Sva­riate volre rinnovò il tentativo di convincere suo padre, ma sempre invano. Tutte le volte c’era qualche affare urgente che lo obbligava a rimandare il viaggio. Sundarammàl presto perse l’appetito e non riusciva più a dormire.
Due anni dopo, un pomeriggio verso le quattro, le parve di vedere Ramana che scen­deva dalla sua Montagna e le si avvicinava.
— Non aver paura Sundarammal, – disse – sono io. Basta con queste lacrime, digiuni e veglie notturne. Vieni, ti aspetto.
Il suo cuore fu colmo di profonda gioia. Ancora una volta supplicò suo padre di por­tarla a vedere Ràmana e ancora una volta egli rimandò il viaggio a un altro giorno.
La notte del primo gennaio seguente era in camera sua da sola, che piangeva e come al so­lito invocava il Mahàrshi con tutta la sua ani­ma. Alla fine, completamente esausta, cadde addormentata. Improvvisamente si sentì toc­care il fianco e si svegliò di soprassalto; erano circa le tre del mattino. Il Mahàrshi era in pie­di accanto al suo cuscino.
— Il momento è arrivato; vieni! – fu tutto ciò che disse.
Lo seguì giù per le scale, traversò la sala e uscì nella veranda. Ahimè! Appena giunta nel­la veranda si ritrovò sola. Il Mahàrshi era scomparso. Si sedette piena dì inquietudine.
Dopo pochi minuti arrivò un risciò e sì fer­mò di fronte a casa sua.
— È il numero dodici? – chiese il condu­cente — . Sundarammàl? Salì.
Sundarammal lo guardò senza capire.
— Un vecchio sàdhu è venuto e mi ha sve­gliato mentre dormivo nel mio risciò. Mi ha detto di venire a cercarti per portarti all’auto­bus.
E dato che Sundarammal non osava ancora fidarsi di luì, aggiunse:
— Non penserai che sìa venuto fin qui nel cuore della notte e con questo freddo solo per divertimento?
— Bene! Deve essere Bhagavàn – pensò Sundarammàl nella sua semplicità. Deve es­sere andato avanti e mi aspetta alla fermata dell’autobus. Andiamo!
Ma quando arrivarono, né Sundarammàl né il conducente del risciò poterono trovare la minima traccia di Ràmana. Che fare?
Comunque non c’era tempo per le incer­tezze. Le cose erano andate così avanti che or­mai non poteva più tornare indietro. Chiese dell’autobus per Tiruvannàmalai; ma a quel­l’ora non c’erano autobus diretti. Poteva inve­ce prenderne uno per Cingi o Tindivanam, dove avrebbe potuto trovare un’altra vettura che la portasse a Tiruvannàmalai. Ovviamente lei non aveva denaro con sé, ma aveva Ì suoi orecchini d’oro e con quelli sarebbe stata in grado di cavarsela per il momento. Lungo la strada il suo autobus ne incrociò un altro che veniva dalla dirczione opposta. Una persona ne scese, salì sul suo autobus e chiese se tra i passeggeri ci fosse una certa Sundarammàl.
— Sì, sono io! – disse.
— Oh, bene! Bhagavàn mi ha mandato a cercarti.
Alla fermata successiva, dove dovevano cambiare, scesero entrambi. Il suo compagno vendette per lei gli orecchini e ne ebbe in cam­bio diverse centinaia dì rupie. Lei andò al tem­pio, offrì un puja di rendimento dì grazie e poi, arrivato il momento, prese l’autobus per Tiruvannàmalai.
Era quasi notte quando arrivarono, troppo tardi per andare all’àshram; d’altra parte la sua guida le aveva detto che nessuna donna può entrare o restare nell’àshram dopo il tramonto. Allora si lasciò accompagnare a una delle tante tettoie per i pellegrini che sì trovano in tutte le città sante dell’India. Ce n’era una apposta per i pellegrini dell’Andhra Pradesh, dove fu rice­vuta con grande gentilezza dalla donna che prestava servizio. Questa donna la fece man­giare e le diede tutte le informazioni che desi­derava sullo stile dì vita di Sri Ramana, sul suo cibo e sulla sua totale indifferenza a tutte le questioni di casta.
Il mattino successivo Sundarammàl si sve­gliò molto presto, si procurò al mercato gli in­gredienti dì cui aveva bisogno e preparò con le sue mani il dolce che intendeva offrire in omaggio a Bhagavàn al suo arrivo.
Quando fu pronto si avviò verso l’ashram. Arrivò attorno alle nove, andò diretta alla sala, posò il dolce ai piedi di Bhagavàn e sì prostrò.
— Ah, così alla fine sei arrivata! – le disse subito Ramana; poi prese un boccone del dol­ce e distribuì il resto ai presenti.
Alle undici suonò una campana per indica­re che era ora di pranzo, ma Sundarammàl non se ne curò. Tutti uscirono, Ràmana per ultimo.
— Ora vieni a mangiare con noi – le disse. Ma ella sì gettò ai suoi piedi abbracciandoli con fervore e disse:
— Bhagavàn, sono venuta qui per voi, non per il cibo!
Ràmana posò paternamente la mano sulla sua resta e lei, completamente fuori di sé, lo guardò negli occhi e cantò il famoso verso san­scrito: Tvam èvam maataa…
Tu sei mia madre, mio padre, mio fratello, tu sci tutta la mìa famiglia, tutta la mia ricchezza, tu sei il mio tutto, assolutamente tutto, o mio Signore! (Sharanagati-Gadyam di Ramanuja)
Alcuni giorni dopo arrivarono i suoi fratel­li. L’avevano cercata invano in tutte le case da loro conosciute a Madras e come ultima spe­ranza avevano provato a Tiruvannàmalai, do­mandandosi comunque come fosse possibile che questa ragazza, che fino ad allora non era mai uscita di casa, fosse riuscita ad arrivare tanto lontano da sola.
Lei era così profondamente assorta nella contemplazione di Bhagavàn che non si rese minimamente conto che i sui fratelli erano lì, neanche durante il darshan o a mezzogiorno
nella sala da pranzo. Solo nel pomeriggio, quando con gli altri devoti si unì a Ràmana per camminare lungo i sentieri della Monta­gna, alla fine li notò. Le dissero come a casa fossero tutti disperati.
— Nostro padre e nostra madre si rifiuta­no anche di mangiare. Passano tutto il tempo, a piangere e a chiedersi cosa ti può essere acca­duto. Abbi pietà di loro e torna a casa con noi. Poi torneremo qui insieme.
— Essi sono solo il padre e la madre di questo corpo – rispose Sundarammàl -. Qui ho scoperto il padre del mio spirito. Non me ne andrò mai.
I suoi fratelli persero la pazienza e minacciarono di portarla vìa con la forza.
— Se lo fate mi getterò in un pozzo oppute mi impiccherò.
I fratelli dovettero rassegnarsi. Alla fine la aiutarono a trovarsi una casetta vicino all’ashram, le portarono le sue cose da Madras, la si­stemarono meglio che poterono e la lasciaro­no, dopo averle fornito un po’ di soldi.
Un mese dopo venne anche suo padre e ac­consentì a lasciarla alla cura dì Ràmana.
Durante gli ultimi quindici anni della vita del Maharshi, non lasciò neanche una volta Tiruvannàmalai.
Questa era la storia che mi raccontò Sundarammàl, lei che non poteva mai parlare dell’a­more di Dio senza che la sua voce si rompesse e i suoi occhi si velassero di lacrime.

Henry Le Saux – Ricordi di Arunachala . Ed Messagero Padova

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