MORIRE OGNI GIORNO


« L’insegnante usa il degno avversario per costringere l’apprendista a compiere la scelta capitale. L’apprendista deve scegliere tra il mondo del guerriero e il suo mondo comune »
da « L’isola del Tonal » di C. Castaneda


« Quando un guerriero ha acquistato la pazienzenza e non come essenza vede a un certo punto il suo stato di nullità. Il Purgatorio è la condizione in cui vive il ricercatore del Sé quando si rende conto che non può fare e non può cambiare. Una serie successiva e costante di risvegli può allora condurlo alla morte e quindi alla rinascita. La morte non è quella del corpo fisico, bensì quella della personalità con tutti i suoi piccoli io immaginari, con le loro identificazioni e attaccamenti creati dall’immagine separativa di sé e dall’amor proprio. Per morire però ci vuole il coraggio; poi verrà la rinascita, che è l’inizio di un nuovo processo di crescita dell’anima. Gurdjieff dice che « bisogna morire del tutto, subito e per sempre ». Si tratta di una scelta estrema, di una decisione sulla quale non si può ritornare. La Via è unica e a senso unico, non si può tornare indietro, ed è il «morto» che parte alla ricerca della Via. Ogni vita personale si deve concludere con un fallimento, la morte è l’unica certezza. Il senso della propria nullità deve essere costante perché da esso possa nascere un certo “qualcosa”.
Vi sono delle forze e delle potenze che hanno interesse a mantenere l’uomo nello stato di sonno e di schiavitù. La morte è lo sforzo estremo che porta alla libera scelta nella lotta contro l’identificazione. Il tema del sacrificio dell’eroe solare è sempre esistito nella genuina tradizione iniziatica. Occorre però sacrificare ciò che non si ha e che tuttavia crediamo di avere, ciò che non siamo, non ciò che siamo. Ma soprattutto bisogna sacrificare la sofferenza, quella automatica e inutile, non quella cosciente. Ed è la cosa più difficile che ci sia. Si può imparare però a fare un uso cosciente anche del proprio ‘difetto principale’, una volta che si è riusciti a vederlo.
L’idea del sacrificio va assieme a quella dell’umorismo. Quando riusciamo a vedere le contraddizioni e i conflitti nell’operato dei centri e nel funzionamento dei ‘buffers’ (respingenti), allora ridiamo. Il riso ha una funzione liberatoria che interviene quando ad esempio le parti negativa e positiva del centro intellettuale dicono ‘sì’ e ‘no’ nello stesso tempo, oppure quando si vede l’identificazione nel bel mezzo di un’emozione negativa. Il riso è l’antidoto contro il veleno. Il riso porta alla intuizione della logica dialettica poiché ci fa vedere l’illusorietà delle opposizioni.
Nel libretto «Psychological exercises and Essays» Orage descrive l’esercizio del «morire ogni giorno». Il sonno come la morte ci dà l’occasione di rivedere tutta la nostra giornata o tutta la nostra vita come una rassegna d’immagini. Si tratta quindi di un esercizio di dis-identificazione. Alla sera prima di addormentarci dovremmo, mentre con la parte meccanica del centro intellettuale recitiamo una serie di numeri: sforzarci di visualizzare tutta la nostra giornata dall’inizio alla fine. Serve per attivare il centro emozionale e la sua creatività. L’esercizio può dare come effetto collaterale sogni nitidi durante la notte e possibilità di ricordarli al risveglio con tutto quello che vogliono significare quanto a messaggio della coscienza.
L’uomo si attacca a ciò che non è suo, con il risultato dì trascurare ciò che è suo, mentre è a questo che semmai dovrebbe attaccarsi. Solo la consapevolezza della morte può condurre l’uomo alla liberazione, alla redenzione e alla salvezza. È con questa idea che Gurdjíeff fa finire il « Belzebù » il quale afferma: « L’unico mezzo idoneo a salvare gli esseri del pianeta Terra sarebbe quello di impiantare ancora nelle loro presenze un nuovo organo, un organo come il Kundabuffer, ma questa volta con tali proprietà da indurre ciascuno dì questi sfortunati, durante il processo della loro esistenza, a sentire costantemente la inevitabilità della propria morte e ad esserne consapevole cosi come dì quella della morte di tutti coloro sui quali la propria vista sì sofferma con attenzione ». Uno degli aforismi del Prierè diceva appunto così: « Uno dei più forti motivi per desiderare di lavorare su se stessi è la realizzazione che sì può morire a ogni momento – solo che prima bisogna realizzarlo ».
Tanto il ridere quanto la considerazione della presenza della morte, che è sempre li alla nostra sinistra, pronta a prenderci, sono delle costanti nel comportamento di Colui che lavora per “ripulire e riordinare la propria isola del Tonal “. Parlare con la propria morte, usare la morte come saggia consigliera è una delle tecniche insegnate da don Juan per favorire la cancellazione della storia personale. « La cosa da fare quando sei impaziente… è voltarti a sinistra e chiedere consiglio alla tua morte. Uno di noi due deve imparare dì nuovo che la morte è il cacciatore…
Uno di noi due deve chiedere consiglio alla morte e sbarazzarsi delle maledette meschinerie proprie degli uomini che vivono come se la morte non dovesse mai toccarli »
(pag, 45 de “ Il Viaggio a lxtlan » dì Castaneda”.
Se impariamo a osservare gli altri in maniera disinteressata e proprio con lo scopo della dis-identificazione. sia per strada o sul metrò o sugli schermì televisivi o in casa di amici, dopo un po’ se cominciamo a osservare la meccanicità del nostro vivere quotidiano non possiamo impedire dentro di noi il processo ‘Nerhitrogool’, vale a dire non possiamo più fare a meno di metterci a ridere. Negli altri vediamo più facilmente le contraddizioni che siamo soliti proiettare. Ogni vera rivoluzione interiore passa attraverso la capacità di ridere di noi stessi e con noi stessi. Ecco perché nelle antiche religioni iniziatiche troviamo sempre la figura sacra del buffone e del trickster (Jolly). Il ridere libera energia, è una via verso l’acquisizione del fuoco puro della Neutralità. Solo chi vive sempre nei centri superiori, che non conoscono opposizioni e divisioni, non ride più.
La paura della Morte è una delle menzogne più grosse che noi raccontiamo a noi stessi. Essa costituisce un efficace ammortizzatore, infatti se noi invece di aver paura delle morte la usassimo quale amica confidente tutti i nostri attaccamenti svanirebbero, ma questo sarebbe troppo! E forse ìl coraggio di morire sarebbe l’unico mezzo per rompere la nostra indifferenza, questo cancro psichico dell’umanità che ci impedisce di lavorare per diventare esseri responsabili. La responsabilità come potere di amore cosciente è triplice, dapprima nei confronti dì noi stessi per la nostra evoluzione, poi per ì nostri ‘vicini’ e infine per il gruppo di anime nel quale attraverso il lavoro veniamo a inserirci.
Un esempio fondamentale dì dis-identificazione è lo sforzo cosciente per vivere il fuoco puro della neutralità (Comprensione). Essa non ha niente a che fare con l’indifferenza, presuppone invece la consapevolezza del funzionamento della legge di causa ed effetto. Si può cominciare dalla lettura dei giornali per vedere se i loro titoli fanno risuonare in noi note disarmoniche, identificazioni ed emozioni negative. Si tratta di mettere a dura prova la coscienza dei nostri limiti, per vedere fino a dove arriva la nostra ignoranza.
« La prima cosa veramente importante da conoscere e da valutare sarebbe la nostra ignoranza riguardo alle cose essenziali, l’ignoranza del mondo delle cause, dell’ampiezza della vita e delle sue dimensioni, dei nostri livelli di consapevolezza. Non teniamo conto del fatto che per noi è vero tutto ciò che si trova nel “raggio della NOSTRA coscienza” e che per un altro é vero tutto ciò che si trova nel “raggio della SUA coscienza” Non ce ne rendiamo conto ma la libertà che a gran voce reclamiamo per noi non siamo poi disposti a concederla veramente agli altri. La quarta pura attitudine è quella della Neutralità (Comprensione): l’attitudine che riassume le altre tre, la più difficile da acquistare. Che cosa è dunque questa attitudine della Neutralità? È forse indifferenza? No, è invece profondo, religioso rispetto degli altri, Vuol dire considerare il prossimo veramente come nostro fratello. come parte di noi stessi, qualunque cosa faccia o abbia fatto. Vuol dire accettare gli altri per quello che sono senza pretendere di cambiarli secondo i nostri schemi, il nostro concetto di bene, i nostri principi, le nostre convinzioni, le nostre verità, le tavole dei nostri valori, ì nostri gusti! Vuol dire riconoscere ogni creatura come il prodotto di una serie innumerevole di cause, una UNITÀ che tende ad esprimere la Vita secondo un suo modulo individuale unico e irripetibile.
La pura attitudine della Neutralità. richiede una mente aperta, elastica, libera da schemi. Una sensibilità che, dietro l’infinita molteplicità della manifestazione avverte lo scintillio della divinità e l’armonia universale che regola il potente flusso della vita.. La pura attitudine della Neutralità è ben più che la comprensione. Essa richiede Fede nell’esistenza, la capacita di percepire il legame organico che anime tutte le cose e la realtà dei livelli superiori deve regnano la Felicità Eterna, la Libertà Infinita, la Giustizia Assoluta.
Neutralità verso il ricco e verso il povero? Verso l’oppresso e verso l’oppressore? La neutralità è dunque fatalismo? No, la lotta va condotta contro le cause, non contro gli effetti! Darà cento lire all’ubriacone che vuol bere? La risposta ognuno la troverà dentro di sé e dipenderà dal punto in cui la sua coscienza è focalizzata in quel momento. Gli uomini dì partito vogliono salvare il loro paese, í religiosi vogliono salvare ì foro fedeli, ì teosofi vogliono salvare il mondo. Siamo tutti convinti di conoscere la verità, però non conosciamo la cosa veramente importante: l’estensione della nostra ignoranza ».

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